Chiara Ferragni a Palazzo Barberini: prove tecniche di polemica

di - 1 Settembre 2020

Cosa c’è in comune tra la Venere di Botticelli, conservata nelle collezioni delle Gallerie degli Uffizi, e il Trionfo della Divina Provvidenza, affresco realizzato da Pietro da Cortona nel salone del piano nobile di Palazzo Barberini? Per indovinare, basta aprire un social network a caso e, tra una Armine Harutyunyan e un Flavio Briatore, ecco comparire Chiara Ferragni. Infatti, dopo la visita al museo di Firenze che tanto fece discutere, la influencer più seguita dell’internet ha fatto tappa a Roma, per un giro tra le splendide opere della dimora barocca, edificata nella prima metà del ‘600 su progetti di Carlo Maderno, Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini. Nelle fotografie, vediamo l’influencer letteralmente rapita da Giuditta e Oleferne di Caravaggio, la versione realizzata tra il 1597 e il 1602, e da Amor sacro e Amor Profano, di Giovanni Baglione. E poi, mascherina rigorosamente su, ecco gli occhioni risplendere di gioia tra le api dorate, simbolo dei Barberini, e il tripudio di forme, colori e altri simboli, affrescati dal grande Pietro da Cortona. «Si scateneranno polemiche? Lei è Chiara Ferragni (se ci fosse bisogno di specificarlo, ndr) e ha scelto di visitare Palazzo Barberini per scoprire uno dei più importanti musei romani. E voi quando verrete a scoprire le nostre meraviglie?», si legge nel post pubblicato sui social di Palazzo Barberini e Galleria Corsini, riuniti sotto l’egida Mibact delle Gallerie nazionali d’arte antica.

Polemiche riscaldate

Ma nonostante l’emoticon ammiccante, più che di polemiche i commenti sotto ai post esplodono di «+27%», in riferimento alla percentuale di aumento delle visite, diramata dagli Uffizi, dopo la visita di Ferragni. In effetti, questa volta è facile immaginare che non ci saranno discussioni così accese. Un po’ perché la polemica ha bisogno di argomenti sempre nuovi e poi perché i numeri esercitano un potere più forte, rispetto alle parole. E se tante persone in più vanno al museo, come dimostrano i dati, è sempre una cosa buona, giusto?

Spesso, su queste pagine, abbiamo avuto modo di raccontare come i musei si trovino in una fase di transizione: se la società cambia, se i processi che definiscono le nozioni di cultura, conservazione, memoria si trasformano continuamente, allora anche i musei devono cercare una nuova dimensione, una definizione aggiornata di se stessi. Niente di strano, è solo la chimica. E se Chiara Ferragni decide di fare una visita al museo – oltretutto, in questa occasione, pare per una visita privata (se di privato si può parlare) e non per uno shooting fotografico, come nel caso degli Uffizi – non può veramente esserci nulla di male, nella maniera più categorica. Ognuno è libero di entrare e uscire dai musei, come da ogni altro spazio pubblico. Più o meno allo stesso modo, siamo tutti liberi di scattarci fotografie e di pubblicarle sui social, oppure di non farlo.

Ma il punto di vista di chi entra in un museo acquistando un biglietto è diverso da quello di chi per un museo ci lavora. E anche se i numeri esercitano indiscutibilmente il loro fascino, le parole hanno comunque un peso specifico. Per esempio, ciò che per il fruitore è solo una visita di pochi minuti o di alcune ore, per un museo si chiama strategia, con tutto il corollario semantico di “gestione” e di “obiettivi”. In mondo ideale, per un museo ideale, la visibilità sarebbe un mezzo, uno dei tanti, per ottenere un unico fine: la diffusione della cultura, la sua conservazione e la sua reinterpretazione. Ma nel nostro mondo, che nonostante tutto non è ancora perfetto, un museo cronicamente alle prese con le equazioni costi-benefici, spese-ricavi, potrebbe facilmente lasciar scivolare la visibilità – un termine del quale già abbiamo potuto apprezzare i risvolti grotteschi – nella casella rossa occupata dagli obiettivi.

Intanto, sua Maestà la Regina (no, non Chiara Ferragni)

Giusto per ampliare un po’ lo sguardo e respirare aria diversa, andiamo in Gran Bretagna. In una lettera privata, rivelata da The Art Newspaper, il ministro della cultura Oliver Dowden ha esortato i direttori dei musei ad «adottare un approccio il più possibile commercialmente orientato, perseguendo ogni opportunità per massimizzare le fonti di reddito alternative». Se non lo faranno, avverte Dowden, «Non sarò in grado di sostenere la causa per un ulteriore sostegno finanziario per il settore». Come potranno aumentare gli introiti, se i musei sono visitabili da meno persone? Bisognerà trovare fonti alternative e creative, allora. Magari un paywall sui propri siti web?

Comunque, il Governo britannico è stato elogiato per aver investito significativamente nella cultura, in un momento di estrema urgenza per il settore. 100 milioni di sterline sono stati destinati ai 15 musei nazionali britannici, tra cui la National Gallery e la Tate, il 25% in più rispetto all’importo delle ordinarie sovvenzioni pubbliche che, in ogni caso, sono state progressivamente tagliate negli anni, al punto che i musei, oggi, generano gran parte del proprio reddito in autonomia di bilancio. Proprio come se fossero delle aziende.

In Gran Bretagna questo leak ha destato un certo clamore, un po’ di più rispetto alla visita di Ferragni agli Uffizi. Bisogna dire che da quelle parti hanno vivissimo – e oggi più che mai – il ricordo degli anni di Margaret Tatcher, quando il sistema della sanità pubblica fu sistematicamente smantellato. E fu anche piuttosto semplice, almeno concettualmente, perché anche in quel caso bastava sostituire un paio di parole: il profitto al posto della cura.

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  • che paese di peracottari
    la ferragni non se la fila nessuno
    lei c entra con i musei come Rocco Siffredi con la Bibbia

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