Categorie: Beni culturali

La cucina italiana è diventata Patrimonio Culturale Immateriale Unesco

di - 10 Dicembre 2025

La cucina italiana è stata ufficialmente iscritta nella Lista rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’UNESCO. Il Comitato intergovernativo, riunito a Nuova Delhi, ha approvato la candidatura presentata con il titolo La Cucina Italiana tra sostenibilità e diversità bioculturale, confermando la valutazione positiva espressa nel 2023.

Secondo la documentazione ufficiale, presentata in fase di candidatura, la cucina italiana costituisce un vero e proprio paesaggio gastronomico vivente che riflette la diversità bioculturale dei territori. È una pratica collettiva, partecipata, che trova nella convivialità domestica e, in particolare, nel “Pranzo delle feste”, uno dei momenti più rappresentativi della trasmissione dei saperi. Tale vitalità è rafforzata dal contributo delle comunità migranti che, nel tempo, hanno dialogato con tradizioni e ampliato gli ingredienti, arricchendo la pratica senza comprometterne la continuità.

A sostenere formalmente la candidatura sono state tre realtà storiche: l’Accademia Italiana della Cucina, Casa Artusi e la rivista La Cucina Italiana. Queste istituzioni, unite nel Comitato per la Cucina Italiana, hanno lavorato insieme a un processo partecipativo avviato già nel 2018.

Il valore attribuito dall’UNESCO riguarda soprattutto la funzione sociale della cucina italiana. Si tratta di una pratica capace di generare legami affettivi, rafforzare il benessere individuale e comunitario, promuovere l’inclusione, mantenere vivi linguaggi e gestualità tradizionali. Essa svolge inoltre un ruolo educativo fondamentale: la trasmissione dei saperi avviene in modo informale in ambito famigliare ma è presente anche nella scuola dell’infanzia e primaria attraverso approcci pedagogici basati sul “learning by doing”, negli istituti alberghieri e nei corsi universitari dedicati alle scienze gastronomiche.

Un aspetto centrale della candidatura riguarda la sostenibilità. La cucina italiana è descritta come modello di utilizzo responsabile delle risorse, grazie alla storica attenzione alle ricette anti-spreco, alla valorizzazione dei prodotti locali e stagionali e alla riduzione dell’impatto ambientale legato alla preparazione e al consumo del cibo. Per questo motivo il dossier la pone in relazione diretta con diversi obiettivi dell’Agenda ONU 2030, tra cui la lotta alla fame, la promozione di stili di vita sani, il consumo responsabile e l’azione per il clima.

All’annuncio dell’approvazione, la delegazione italiana guidata dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha accolto la decisione con un applauso. In un videomessaggio, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito il riconoscimento «Uno storico motivo di orgoglio», mentre il Ministro della Cultura Alessandro Giuli ha evidenziato come la tutela riguardi l’intero sistema della cucina italiana, inteso come patrimonio vivente di pratiche, rituali e saperi condivisi.

Con questa iscrizione, la cucina italiana diventa il ventesimo elemento nazionale riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità. Si aggiunge così alla Dieta Mediterranea, all’arte del pizzaiuolo napoletano, alla vite ad alberello di Pantelleria e alla cerca del tartufo.  Ma, a differenza di queste pratiche identificabili, radicate in comunità precise, la cucina italiana nel suo insieme è un sistema estremamente ampio, diversificato e in continua trasformazione.

Proprio questa vastità rischia, se non adeguatamente contestualizzata, di alimentare una rappresentazione stereotipata della cultura italiana, un fenomeno già ricorrente nell’importante storia migratoria del Paese – gli italiani “mangiaspaghetti” – e che, ormai da diversi anni, si è ribaltato all’interno, nella crescita di un turismo rapido e superficiale, attirato dalla “experience del food” e troppo spesso orientato più da un immaginario acritico che dalla conoscenza reale dei territori.

Il riconoscimento UNESCO, nel celebrarne il valore culturale, impone quindi anche una responsabilità: evitare che la “cucina italiana” venga ridotta a un marchio indistinto, scudo di un’idea monolitica di nazione, o a un repertorio iconografico ripetuto all’infinito, lavorando affinché resti leggibile nella sua complessità, nelle sue variabili e nelle sue differenze regionali ed extraregionali.

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