Collocata nel villaggio artigianale della zona ovest della città (da cui prende ironicamente il nome), la west village gallery apre al pubblico come nuovo spazio espositivo “anche per l’arte contemporanea”. Nel già vivace contesto modenese, la neo galleria si configura come appendice e completamento dello studio di comunicazione e grafica ospitato negli stessi spazi. Ad inaugurarla è infatti la personale del giovane artista slovacco Martin Sedlak (Bratislava, 1978) che esprime la sua predilezione per un’estetica minimale e l’interesse verso la sperimentazione nell’ambito delle tecniche grafiche. Sedlak utilizza materiali industriali in evoluzione che, proprio per questo motivo, “portano con sé i sintomi di un’era e sono spesso coerenti con le tematiche della contemporaneità.” Installazioni di nastro elettro-illuminescente e linoleografie invadono così l’ingresso, le scale e la sala dello spazio espositivo. Le prime a creare con semplici linee nuove dimensioni mentali, le seconde a reiterare, in un essenziale bianco/nero, forme elementari naturali e artificiali che appartengono alla nostra quotidianità. Come memorie di oggetti familiari, che vengono fatte riemergere attraverso immagini riconoscibili, le opere di Sedlak avvolgono lo spettatore in contesti noti ma fittizi, in situazioni banali ma reinterpretabili. Nel buio compaiono così finte aperture, porte e finestre simulate, delineate attraverso plausibili spiragli di luce artificiali. Come quelli di Look into Paradise (2005), interamente composto da uno speciale nastro adesivo luminoso collegato a circuiti elettrici. Come un illusionista, Sedlak indirizza la nostra attenzione verso ciò che in realtà non esiste ma che, attraverso la sua simulazione, possiamo immaginare, ricreando a nostro piacimento un nuovo e totalmente personale “al di là”.
Rappresentare l’Eden è effettivamente una sfida difficile, si rischia sempre di deludere le aspettative: “è per questo che il modo migliore per ritrarre il paradiso è impedirne la visione”, afferma. Così attraverso fratture che in realtà sono giunture e con grandi incisioni popolate di più o meno espliciti segni della quotidianità contemporanea (ad esempio lo schermo grigio e rigato di una TV guasta), il giovane artista slovacco sostituisce alla realtà la sua illusione, mette in scena una finzione dalle potenzialità narrative, crea nuove dimensioni spaziali, fisiche e mentali.
giulia pezzoli
mostra visitata il 1 luglio 2006
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