Vado poche volte al Cinema Teatro Astra, una struttura in quota Università Federico II che ospita numerose iniziative in ambito didattico, in quanto sala cinematografica. Solitamente torno in occasione di Venezia a Napoli, una rassegna che porta in città quell’altra roba che la città altrimenti non potrebbe vedere. Qualche altra volta torno per AstraDoc. E ancora non vado alle proiezioni in lingua del CLA. Ebbene, questo 24 ottobre, Enrico Ghezzi era in sala a Napoli, prima tra gli spettatori di Bu San di Tsai Ming- Liang, presentato al Festival del Cinema di Venezia 2019, poi come memoria de Gli ultimi giorni dell’umanità, un film ancora da realizzare e a partire dal suo archivio.
Un’opera, dunque, non finanziata dalla RAI – dove Ghezzi iniziò a scrivere programmi quando ancora non ero nato – ma che nasce, piuttosto, per interesse di gente più o meno mia coetanea, riunitasi in forma di redazione e che non smette mai di essere insieme nella comunione del tempo reale, quasi una risposta alla fragilità del passato, come tempo da “riprendere”. Sono una quindicina, hanno impaginato e distribuito un opuscolo al quale rimandano per argomentare quel flusso organizzato di immagini a venire. Potete seguirli su Facebook, alla voce eccedance.
Nel montaggio mostrato, 300 secondi che solo la distanza può fare emergere insieme alla libertà che l’ha prodotti, c’è qualcosa di profondamente fragile, qualcosa di precisamente lontano dalle attuali tecniche di esposizione, in accordo a quel potere delle immagini liberate dall’oblio pur di fare una memoria.
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