Categorie: Cinema

Il nostro tempo: la mostra che ha trasformato la Triennale di Milano in un cinema d’essai

di - 30 Gennaio 2025

Il matematico Mikhail Leonidovich Gromov ha la barba ispida, gote scavate, un sorriso luminoso. La pellicola è in bianco e nero, lo sfondo è assente. Ci chiede se vogliamo ascoltarlo in russo o in francese. Ma preferisce parlare nella sua lingua madre quando discetta di matematica. Dice cose bellissime, leggere quanto profonde. Non te lo aspetti da un matematico. Una soavità, una grazia che ci coglie impreparati. Rimaniamo ipnotizzati da lui come da altri studiosi intervistati in Au Bonheur des Maths – Il piacere della Matematica (2011), opera del fotografo e cineasta Raymond Depardon. L’artista francese sembra indugiare più che sulle parole degli accademici sui loro volti, i segni della pelle, i capelli arruffati, i simboli dietro la lavagna di Cèdric Villani.

ph. Andrea Rossetti

Il Nostro Tempo – CinéFondationCartier

Siamo a Il Nostro Tempo – CinèFondationCartier. Un’esperienza più che una mostra. Dodici artisti e registi da tutto il mondo presentano le loro opere in uno spazio sospeso, fluttuante, surréal, al primo piano del Palazzo dell’Arte, alla Triennale di Milano. Una collaborazione tra Fondation Cartier pour l’art contemporain, l’archivio della celebre maison che dal 1984 promuove film, documentari e videoarte e Triennale Milano, che per Damiano Gullì, curatore per l’Arte Contemporanea e del Public Program, torna così ad ospitare la settima arte tra le sue prestigiose sale, sia con l’esposizione che con incontri (realizzati con la Fondazione Piccolo America-Cinema Troisi) e la rassegna Cinema Night (fino a marzo documentari e proiezioni di Agnès Varda, Pietro Marcello, Alice Rohrwacher, Vittorio De Seta e Werner Herzog).

Wang Bing, 15 Hours (15 Ore), 2017. Courtesy l’artista e Galerie Chantal Crousel, Parigi

Surréalité. Letteralmente sopra la realtà. Siamo in una sala con poltrone, proiettore, schermo bianco. Le immagini scorrono. Sembra un cinematografo di inizio ‘900. Ne ha i colori, il nero del buio in sala e il castagno delle vecchie sedute in legno. Ma soprattutto ha quell’atmosfera di indeterminatezza, di assenza che solo lo schermo, solo la pellicola che scorre è chiamata a riempire. Proprio come quella distanza tra “matematica e sopravvivenza”, tra gesto quotidiano e pensiero simbolico descritta dal matematico Gromov. Che racconta i numeri attraverso “corrispondenze e correlazioni”, come “mondi immaginari sovrapponibili”. Non è un caso che sia proprio il film di Depardon ad aprire il percorso esperienziale, curato dall’eccellente allestimento dello studio Bunker arc.

Eryk Rocha, Gabriela Carneiro da Cunha, A Queda do Céu (La Caduta del Cielo), 2024. Courtesy gli artisti

Una sorta di mappa concettuale, anzi stellare, con cui orientarci in questo viaggio al centro dell’umano. E in cui ogni “stazione”, ogni tappa, dedicata a una pellicola, risolve lo spazio di visione in modo diverso e originale. Così il grande schermo laterale, quasi inaspettato, di 15 Hours di Wang Bing (2017), un lungometraggio che riproduce per intero il turno lavorativo di giovani lavoratrici del settore tessile nella provincia di Zhejinag. A sottolineare la fatica, il lavoro perenne e incessante che scorre invisibile davanti a noi. O come la avveniristica capsula di legno e tela, simile a un modulo lunare, che trasmette nella sua pancia Notre Siècle di Artavazd Pelechian (1982). Un vorticoso ed espressionistico succedersi di immagini e ripresa d’archivio dedicate al progresso tecnologico, scientifico, ma anche a incidenti catastrofici e ai fallimenti della grande vicenda umana.

Artavazd Pelechian, Vie (Vita), 1993. Collezione Fondation Cartier pour l’art contemporain

Ma l’esposizione prevede anche sale più raccolte, silenti, in cui accomodarsi e ascoltare storie di genti che attraversano una natura nuda, spoglia, sincera e misteriosa e dove vecchi sciamani ripetono per tutta la notte piovosa nuove parole da masticare e da insegnare (Mari Hi, di Morzaniel Iramari e A Queda do Cèu di Eryk Rocha e Gabriela Carneiro da Cunha). O il piccolo emiciclo dedicato a Vie – Vita, sempre di Artavazd Pelechian (1993), inno alla vita, alla sofferenza e al profondo legame tra due esseri umani, posti simbolicamente al centro della scena, di ogni scena.

Jonathan Vinel, Martin Pleure (Martin Piange), 2017. Collezione Fondation Cartier pour l’art contemporain © Jonathan Vinel

Le riflessioni dei dodici artisti/registi sembrano quindi incrociarsi, incunearsi in un dialogo metatestuale che la curatrice della mostra Chiara Agradi riassume in un’unica sapida espressione. I “Tanti tempi”, ovvero i tanti universi, linguaggi e le tante storie differenti in grado di restituirci un mosaico, complesso e difficile, ma ricolmo soprattutto di speranza e di bellezza. Quella del cinema e di chi si esprime attraverso di esso. Così Il Nostro Tempo – CinéFondationCartier diviene occasione per confrontarsi con la tecnologia, la guerra, la memoria, la natura, la vita, la politica, il lavoro. E da qui il senso del tutto. Il cinema come eterno, oscuro, infinito specchio dentro cui guardare noi stessi.

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