“Marx può aspettare”, e Marco Bellocchio inchioda alla poltrona

Tutto comincia con una riunione di famiglia al circolo dell’Unione di Piacenza, tipico ritrovo delle famiglie della buona borghesia di provincia, dove spesso, tra un convenevole e una battuta scontata, condita dal prevedibile “lessico familiare”, aleggiano fantasmi del passato, piccoli drammi, equivoci mai chiariti, parole che non si possono pronunciare. Oppure drammi e tragedie mai rimosse, come nel caso di Camillo Bellocchio, il fratello gemello di Marco, morto suicida nel 1968 a 29 anni. È lui, o meglio la sua memoria, il protagonista dell’inquietante documentario Marx può aspettare, ultima fatica del regista premiato a Cannes con la Palma d’Onore, riconoscimento ricevuto soltanto da altri cinque maestri del cinema, come Clint Eastwood e Agnés Varda.

Marco Bellocchio

Già dalla prima scena si capisce però che il film è un viaggio nel mondo chiuso e bigotto dell’Italia degli anni Sessanta, visto attraverso le esistenze di un nucleo familiare privilegiato ma incapace di affrontare la diversità di Camillo, bello, timido e sensibile: un fragile ragazzo dallo sguardo pensoso, affetto da una malinconia silenziosa ma persistente, che cerca di scacciare nelle serate con gli amici o tra le braccia della sua ragazza, Angela. Camillo vive in una casa dove il padre, noto avvocato, muore di malattia (il cancro, parola così terribile da non poter nemmeno essere pronunciata) lasciando una madre bigotta, terrorizzata dalle fiamme dell’inferno, e sette figli, cinque maschi e due ragazze, Maria Luisa e Letizia, sordomuta. Il suo cuore batte per Camillo, che percepisce come il più debole, ma purtroppo non ha gli strumenti per salvarlo dai suoi demoni, né psicologici ma neppure affettivi.

Ognuno di loro troverà la propria strada: l’intellettuale Piergiorgio fonda a Piacenza la rivista Quaderni Piacentini, Alberto diventa sindacalista, Marco lascia la città per andare a Roma dove diventa un regista impegnato. E Camillo? Ride e si diverte tra i vitelloni di provincia, ma non riesce a superare il male oscuro che lo rode dentro, in un confronto con i fratelli più riusciti ma sostanzialmente freddi e poco interessati a lui, che passa per un perdigiorno non riuscendo a portare avanti né studi né attività professionali, finché si iscrive all’Isef per poi aprire una palestra. Ma il lavoro è un falso problema per Camillo, che non sente intorno a sé il calore dell’abbraccio, di un affetto reale e sincero, che nella famiglia Bellocchio non alberga.

A nulla valgono infatti le sue timide richieste di attenzione, tra le quali una lettera al fratello Marco dove si propone per una possibile carriera nel cinema , dove “forse -scrive- ci potrebbe essere un posto per me”. La richiesta cade nel vuoto: Bellocchio non ricorda neppure di avergli risposto La verità è un’altra: ogni fratello è troppo occupato a costruire la propria carriera per dedicare attenzione ad un ragazzo che ha difficoltà a farsi notare. Così nessuno si accorge della sua sofferenza, che cresce ogni giorno di più e forse esplode a causa di una possibile delusione d’amore da parte della sua ragazza Angela , che la famiglia ignora. Così, nell’ultimo incontro con il gemello Marco, che gli raccontava con enfasi delle istanze della classe operaia, Camillo risponde Marx può aspettare. Marx forse sì, ma lui invece no, tant’è che il 27 dicembre, prima di vedersi con gli amici per organizzare il veglione di Capodanno, Camillo si impicca nella sua palestra, l’unico mondo che era stato capace di costruire nell’indifferenza dei fratelli. E qui il docufilm, basato su una sapiente alternanza tra materiali d’archivio e interviste a familiari e amici, assume la tensione drammatica di una realtà incandescente, sotto agli occhi di tutti ma invisibile allo sguardo dei Bellocchio: la sorella taglia la corda dal collo di Camillo, la madre si strappa i vestiti, il fratello Alberto arriva da una settimana passata con la fidanzata e irrompe nella tragedia, mentre Marco arriva da Roma trafelato.

Marx può aspettare, 2021 di Marco Bellocchio

Tutti pensano ad un incidente, ma nessuno aveva mai immaginato un gesto estremo da parte di Camillo. Di colpo a noi spettatori appare la dimensione autentica della persona, la sua costanza nel nascondere dietro la baldoria un animo inadatto alla vita, e lo sforzo del fratello di dimenticare l’indimenticabile attraverso un cinema dove la presenza della tragedia è rivelata da scene, dialoghi, personaggi di alcuni film in particolare come I pugni in tasca (1965), Gli occhi, la bocca (1982) e L’Ora di Religione (2002). Camillo era circondato da un muro di indifferenza, e con lui la ragazza Angela, presente al funerale ma ignorata dai Bellocchio anche in quella terribile occasione. Solo oggi il regista ha trovato il coraggio di affrontare un macigno emotivo, regalandoci un film intenso e prezioso, capace di proiettare il gemello Camillo nella storia di quel cinema che, da vivo, avrebbe voluto frequentare professionalmente.

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