Biologicamente nato uomo, il danese Einar Wegener è considerato il primo transgender della storia. Donna nata in un corpo di uomo, Einar si sottopose a un intervento chirurgico per modificare il suo sesso. Affermato pittore paesaggista, vissuto nella Copenaghen degli anni Venti, scopre quel lato femminile coltivato dentro di sé fin da bambino iniziando a posare con abiti da donna per i dipinti della moglie Gerda Gottlieb, anch’essa pittrice ritrattista. Indossandoli si troverà sempre più a suo agio nelle nuove vesti. La conoscenza della sua storia è dovuta, oltre al romanzo di David Ebershoff “The Danish girl” anche al recente film diretto dal britannico Tom Hopper con l’interpretazione maiuscola del trasformista Eddie Redmayne. Progetto alquanto ambizioso mettere in scena la vicenda umana di questa persona conosciuta come Lili Elbe, rappresentare in forma di danza il suo travaglio psichico che, vincendo pregiudizi, lo condusse alla decisione di sottoporsi a una operazione dolorosa pur di esprimere quella propria natura femminile scoperta dopo il matrimonio con Gerda, moglie dall’amore incondizionato che gli stette sempre accanto anche dopo la separazione. I coreografi e danzatori Sasha Riva e Simone Repele, da poco, e sempre più, attivi come coppia artistica, hanno affrontato la sfida dell’impresa grazie alla commissione del 46° Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, dove lo spettacolo Lili Elbe Show ha debuttato sullo scenario della Piazza Grande con, dal vivo, l’Ensemble della Scuola di Musica di Fiesole diretta da Marc Niemann.
L’elemento scenografico principale è la grande cornice di un quadro, una sorta di porta, di passaggio segreto che porta a una dimensione altra dove si scatenano le visioni dei sogni più intimi di Einar. Da essa emergono i diversi personaggi, alcuni dei quali immaginari. Sono proiezioni interiori del protagonista. Come la Femme fatale, l’istigatrice della trasformazione, anima nuda del protagonista, e anche immagine del bambino che la coppia aveva sempre cercato di avere come frutto del loro rapporto; e poi Manden, caricatura stereotipata dell’uomo virile, simbolo di attrazione per Einar.
Focus drammaturgico è l’esplorazione del demone dell’insoddisfazione umana, la ricerca di identità, il percorso di transizione reso da una serie di sequenze di danza che ripercorrono l’intera vicenda. A fare da perno è un intrattenitore che al microfono, come in uno show, dà l’avvio ai diversi quadri. Sarà lui a creare le relazioni tra i personaggi spingendoli ad affrontare i loro traumi e guidandoli attraverso i loro ricordi. Entrerà fisicamente nei loro intrecci danzati, fino a vestire anche i panni di chirurgo per l’operazione di Einar che infine apparirà seduto su una carrozzella trascinato dalle tre figure della sua mente: una catarsi finale in cui egli trasformerà la morte in metamorfosi e con struggente ironia, lascerà la scena a Lili, finalmente pronta per il suo sfavillante show.
Alternando, tra assoli e duetti, una gestualità netta a movimenti fluidi, a posture pittoriche, a sequenze di gruppo esaltate dalle incisive luci, è la musica a determinare l’atmosfera dei due piani di realtà e i moti dell’animo, musica che spazia su diverse arie di Bach con incursioni di suoni minimal e musica popolare danese di Dan Haugaard e del gruppo Folkstow. Ben calato nei panni del-della protagonista è Sasha Riva, Simone Repele in quello dell’intrattenitore e narratore, e con loro nel ruolo forte di Gerda una sempre magnetica Silvia Azzoni dell’Hamburg Ballet e i colleghi Yumi Aizawa e Jamal Callender.
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