Categorie: Danza

Lo spirito della divina Eleonora Duse rivive in una nuova coreografia

di - 3 Aprile 2025

Uno spirito silenzioso, a inizio spettacolo, si aggira sul palcoscenico dietro il rosso sipario semiaperto. Un’apparizione fugace che, successivamente, scorgeremo nelle sole gambe e con un velo in mano mentre attraversa la scena dietro un fondale calato a metà, confusa con la presenza frontale di uno stuolo di donne. Lo spirito di Eleonora Duse si materializzerà pienamente nella seconda parte dello spettacolo, nel potente assolo della danzatrice Rosaria Di Maro, incarnazione della grande attrice del teatro italiano. Il coreografo Adriano Bolognino firma insieme a Di Maro, La Duse-nessuna opera per la compagnia fiorentina COB Compagnia Opus Ballet diretta da Rosanna Brocanello, un vibrante omaggio alle donne e alla genialità della rivoluzionaria interprete (1858-1924) considerata una delle più grandi attrici di tutti i tempi, riferimento dell’arte scenica lungo tutto il Novecento. Il suo stile innovativo, l’umanità che esprimeva, la verità che indagava, il linguaggio performativo della sua recitazione, l’hanno resa unica.

La Duse, COB Opus Ballet, foto Riccardo Panozzo

Premiato dalla rivista Danza&Danza come miglior produzione italiana mid-scale 2024, La Duse-nessuna opera (visto al Teatro Comunale di Vicenza, nell’ambito di Danza in Rete, anche coproduttore insieme allo Stabile del Veneto) si è nutrito, da parte dei coreografi, di approfondimenti e immersioni nel mondo della Duse, in particolare del libro di Mirella Schino Eleonora Duse – Storie e immagini di una rivoluzione teatrale (Carrocci Editore), ricavandone ispirazione e suggestioni da restituire in danza.

La Duse, COB Opus Ballet, foto Riccardo Panozzo

Dell’arte della “Divina”, nei due atti che compongono lo spettacolo – come a voler attraversare la parabola esistenziale, dall’abbandono delle scene al ritorno, agli anni finali della sua vita -, Bolognino compone una scrittura coreografica astratta che, scevra da ogni intento narrativo (lo dice anche il sottotitolo), emana un puro distillato di emozioni. Le affida alla danza di dieci donne, tante Duse, che alternano continui unisoni a brevi rotture, intrecci corali a slegature nello spazio.

La Duse, COB Opus Ballet, foto Riccardo Panozzo

A inanellare i loro corpi, sulla determinante, bellissima e composita partitura musicale di Giuseppe Villarosa (giovanissimo compositore da tenere d’occhio), sono i dettagli gestuali, le pose e gli scatti di mani e braccia, le flessioni ritmate, le posture delle gambe, le impercettibili espressioni del viso. Una perizia calligrafica che ritroviamo nel secondo atto, condensata nell’assolo di Di Maro, già magnetica all’apparire immobile per alcuni minuti nel grande palco vuoto, poi nell’affondo tutto nervi e plasticità, nella sua tensione inesausta e sofferente di chi sembra inseguire un fantasma a dispetto di una celebrità senza pari. Lo si era percepito già all’apertura di sipario, con lei chinata sull’enorme lampadario di cristallo divelto a terra, poi sospeso: simbolo, forse, di un sogno svanito, e che non torna più.

La Duse, COB Opus Ballet, foto Riccardo Panozzo

Rosaria Di Maro, quasi in un transfert emotivo, interiorizza l’anima della Duse con un vibrato di gesti minimali che la semplice tunica indossata – un richiamo a Isadora Duncan, altra artista, pioniera della danza – rendono austera e profondamente umana. Si tocca in tutto il corpo, incurvandosi, battendosi sulle spalle, sulla testa, sul petto, la mano sul collo, sul viso, poi flessa a terra. A lei si aggiungono le altre danzatrici, quasi a corona, ciascuna con singoli assoli e ricomporsi in una sfilata che le rende libere di essere se stesse, mentre il fondale si tinge di rosso e piovono luccicanti petali. Rosso è il colore delle rose che Duse/Di Maro riceve in mano, poi deposte a terra: gesto accompagnato dal suo uscire lentamente di scena, lasciandoci l’eco di una “presenza” quale massimo momento in cui la “Grandissima” si sottrae al plauso dal palcoscenico. E dalla vita.

La Duse, COB Opus Ballet, foto Roberto De Biasio

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