Virgilio Sieni, Sulla leggerezza, Ph. Giovanni Chiarot
C’è qualcosa di impalpabile, di evanescente, di contemplativo, eppure pienamente corporeo, in quella danza di corpi che avanzano lievi sulle note jazz di Naima di John Coltrane. Il primo procede lento, tenendo una sottile asta in equilibrio sulla testa, poi sul viso. La transiterà a un altro danzatore, oggetto di bilanciamento al suo muoversi disarticolato, alle posture dinoccolanti, all’andatura sottratta alla gravità. Solitari all’inizio, poi composti in duetti, terzetti e insiemi, uscendo e rientrando dalla tenda argentata alle spalle che li nasconde e li svela quasi provenienti da un etereo altrove, gli interpreti lasciano spazio all’ascolto adiacente dell’altro, avvicinandosi, sfiorandosi, modellandosi alle posture rimandate e accolte, poi riprese, facendosi eco, riflesso nostalgico, sospensione malinconica di un vivere nel tempus fugit che interpella il nostro tempo.
Gli otto performer imbastiscono una meraviglia di danza che è un elogio della leggerezza: quella che dà il titolo – Sulla leggerezza – al nuovo spettacolo di Virgilio Sieni (debutto a Visavì Gorizia Dance Festival). A ispirarlo è la prima delle Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio, 1988, di Italo Calvino, dove il concetto di leggerezza è declinato non nella vaghezza ma come valore nel presente e proiettato nel futuro, come un modo di stare al mondo, come uno stato d’animo fragile e determinato allo stesso tempo, come un meccanismo, citando lo stesso Calvino, di «…Sottrazione di peso alle figure umane».
Sieni tesse una rete di trame corporee che vivono di respiri gestuali, di attraversamenti fugaci, di slanci soffici, di passaggi emotivi, di disarticolazioni dinamiche, di energie, di cadute e pesi canalizzate, con levità, sul corpo dell’altro. Sono tracce luminose che egli contrappone alla buia sventura del nostro tempo, ad una sospensione della vita sulla morte. E il finale, bellissimo, ce lo ricorda: sulle note di Peace Piece di Bill Evans, all’assolo turbinoso di Andrea Palumbo che infine collassa a terra, segue una sorta di processione che vede i singoli danzatori entrare con in mano un lenzuolo bianco piegato, aprirlo e deporlo sul quel corpo immobile facendone un vasto sudario.
Toglie il respiro, per potenza figurativa e richiamo di senso, questo paesaggio di dolore e di bellezza ispirato dalle parole del libro Sudari. Elegia per Gaza, di Paola Caridi: «Nascondono i corpi agli occhi del mondo, i sudari di Gaza. Velano i corpi con antica pietà, perché non siano preda del mondo…Come silhouette candide, come fantasmi, come strappi bianchi nelle fotografie».
Sono loro, i sudari, la loro leggerezza, a preservare in questo modo i morti dall’oblio. Sieni ci consegna un nuovo atlante emozionale del gesto, che evoca la sostanza della vita: il senso della comunità umana.
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