Trilogia dell'estasi. Ph. Franziska Strauss
Le sacre du printemps, L’Après-midi d’un faune, Boléro. Tre capolavori del Novecento, musicali e coreografici, i primi due della fertile stagione dei Ballets Russes di Diaghilev, da sempre oggetto di nuove letture, di elaborazioni e rifacimenti, suscitatori di immaginari d’ogni tipo. Accostarli e imbastire con essi un’unica struttura coreografica è l’operazione che il coreografo Roberto Zappalà (con la drammaturgia di Nello Calabrò) ha ideato sotto il titolo Trilogia dell’estasi, spettacolo che ha debuttato al Maggio Musicale Fiorentino.
Contenuti dentro un set scenografico pop con due pareti fotografiche in bianco e nero di grattacieli e disegni colorati – una siringa piantata nel cuore, pecore gialle, la scritta Ring, e altro -, i tre lavori sono legati tra loro, nel breve intervallo che li separa, da una musica techno debordante, una grande discoteca da girone dantesco dei nostri tempi, che introduce alle sequenze successive. Li accomuna, anche, una parte dei costumi indossati dai danzatori che entrano incappucciati con dei mantelli neri da monaci medievali, e mascherati con delle teste d’ariete che toglieranno e rimetteranno in più momenti.
Sveleranno, all’inizio il solitario Fauno, successivamente, nel Bolero, gli interpreti nudi, e nel Sacre una varietà fantasiosa e sgargiante di vestiti giovanili. Sulle note di Claude Debussy il bianco fauno di Filippo Domini si muove con una sua peculiare gestualità – e con fugaci accenni alle pose di Nijinsky -, dapprima timoroso nel rettangolo lucente decorato a terra che lo accoglie – il velo della Ninfa -, poi a suo agio nel sinuoso e sensuale approccio quasi onanistico, e in una concitazione masturbatoria, osservato a distanza dalle figure in nero. Queste, incappucciate con maschere veneziane e su alti tacchi a spillo, daranno il via all’ossessiva partitura di Maurice Ravel con una sequenza di movimento originale che non insegue il tipico crescendo e la musicalità del Bolero, piuttosto rallentando i movimenti e formando dei piccoli gruppi con un loro rituale interno, dal rimando massonico, scandendo, dentro cerchi luminosi, un ritmo ancheggiante che esploderà nel denudamento frontale di alcuni, poi di tutti.
L’ambientazione e l’atmosfera è dichiaratamente ispirata (e riproposta, a tratti insistentemente, riproducendone il climax), al film di Stanley Kubrick Eyes Wide Shut, con riferimento a un recente fatto di cronaca che Zappalà riporta nelle note programmatiche, una festa-rito conclusasi tragicamente. All’estasi malata o distorta, del nostro tempo, cercata nelle relazioni umane, si aggiunge la festa concitata del Sacre, una ricerca del piacere che tutto l’ensemble, ebbro, insegue tra gesti scomposti, combinazioni di coppie, quartetti, quintetti, piegamenti a terra, crolli e rinascite, formazioni in cerchio, e quei movimenti delle braccia in alto e in più direzioni, velocissimi e all’unisono, che infine si spezzano.
Le note selvagge di Igor Stravinskij si addicono al ritmo che Zappalà imprime ai corpi dei suoi danzatori i quali, infine, esausti e nella fuga dallo sballo, si rifugiano in un girotondo, convergendo avvinghiati al centro della scena. Invece che essere liberatorio, quel moto li imprigionerà tutti catturandoli con una rete caduta dall’alto.
L’après-midi d’un faune |Boléro | Le sacre du printemps (trilogia dell’estasi), Compagnia Zappalà Danza, coproduzione Scenario Pubblico|Compagnia Zappalà Danza Centro di Rilevante Interesse Nazionale, Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino (Firenze), Centre Chorégraphique National de Rillieux-la-Pape (Lione), Fondazione I Teatri (Reggio Emilia), MilanOltre Festival (Milano), Teatro Massimo Bellini (Catania).
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