Skrik, Adriano Bolognino, foto Riccardo Panozzo
In quell’inizio, con tre danzatori di spalle che lentamente indietreggiano fino a scomparire lasciando in scena uno di loro in un assolo ansimante, sembra prendere una certa forma la frase di Edvard Munch: «I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura…E sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura». Così il pittore norvegese, motivato da una profonda angoscia personale, descrisse le sensazioni che lo ispirarono per il suo celebre quadro L’urlo dall’origine fortemente autobiografica, diventato icona della sofferenza umana, individuale e collettiva, del Novecento. A dar vita a quel malessere, alle paure e insicurezze, di ciascuno oggi e sempre, è il coreografo Adriano Bolognino con Skrik (debutto a Bassano del Grappa nell’ambito di OperaEstate Festival), una scrittura coreografica non tesa a una narrazione descrittiva del dipinto, bensì astratta, con quella cifra stilistica dalla gestualità rigorosa e pulsante che va definendosi sempre più nel giovane autore, tradotta in una efficace sintesi simbolica per la MM Contemporary Dance Company di Michele Merola, ensemble ormai più che maturo e tra i migliori del panorama non solo nazionale.
Mantenendo il titolo norvegese, che fonicamente riporta a un suono sgradevole, un urto, una scossa, Bolognino evoca, tra smarrimento e struggimento, certi moti dell’animo imprimendoli, con una forte tensione, nei movimenti scanditi da un ritmo che conosce solo poche pause. Animati da una turbolenza emotiva, nei corpi dei danzatori dai rossi costumi – culotte e canotta –, ravvisiamo la distorsione degli elementi ritratti nel dipinto dall’incandescente atmosfera. Nei loro muscoli e nelle nervature, nel respiro all’unisono, nel ripetuto battersi il petto, nello scrollare a terra, il calore e il fuoco che vivificano braccia, mani, gambe e testa, sono espressi nel contrasto di linee, nei tratti dritti, curvilinei e serpentini della gestualità, nella morbidezza che a tratti interrompe le sequenze.
La musica del post-minimalista Max Richter è il paesaggio sonoro che nutre la danza di Skrik, instancabilmente corale, compatta, inframezzata da assoli e duetti. Tra velocità, pause, lentezze e ritmicità, e quell’urlo delle bocche appena accennato, Bolognino sembra aver tracciato emozionalmente l’accadimento intercorso per giungere a quel grido silenzioso nel quale potersi immedesimare. Grido di disperazione o di liberazione? Il finale con il gruppo schierato di spalle al pubblico, ingabbia un danzatore isolato nella sua irrefrenabile danza, mentre tutti, inermi, contemplano l’orizzonte di un paesaggio.
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