Categorie: Design

design_interviste | Design all’ottavo cielo

di - 29 Aprile 2007

Cosa pensi della design week di Milano?
Trovo che sia magnifica. Non ha equivalenti nel mondo. Ho visitato parecchie biennali, mostre, fiere, ed è vero che nessuna città è coinvolta totalmente come avviene qui a Milano. L’anno scorso c’era meno agitazione in città, era più calma, ma quest’anno è ripartita; ci sono contemporaneamente eventi un po’ più off, più culturali, e altri più commerciali. Quest’anno abbiamo assistito veramente ad una rinascita.

Anche a Parigi c’è il Salon off…
Si, però a Parigi non è assolutamente a questo livello. Si sta cominciando, ma resta una grande differenza tra l’Italia e la Francia, perché noi lavoriamo più individualmente, bisogna passare all’organizzazione di eventi collettivi.

Hai lavorato per un periodo in Italia, proprio qui a Milano, con Denis Santachiara e poi a Parigi con Philippe Starck per cinque anni. Quali sono secondo te i punti in comune e le differenze tra l’approccio del sistema design italiano e quello francese?
Faccio fatica a risponderti. Non ho mai riflettuto su questo aspetto. Penso piuttosto che ci sia uno stile europeo, ecco. Poi, penso che in Italia ci sia una tendenza al raffinamento, che vedo immediatamente nella vita quotidiana, c’è una specie di simbiosi tra quello che è il passato e il futuro. C’è una sorta di continuità. Nell’architettura, per esempio, l’Italia funziona a strati. In Francia non abbiamo questa cultura, abbiamo piuttosto la tendenza a fare tabula rasa e poi ricostruire qualcosa a fianco. Quello che mi piace molto dell’Italia è che ci sono delle imprese familiari, c’è appunto continuità. Ora non so se questa situazione durerà ancora a lungo, ma comunque c’è un’evoluzione, mentre in Francia manca un po’ la temporalità. Questo aspetto rende molto differente la Francia dall’Italia. E poi penso che gli industriali francesi siano abbastanza lontani dalla cultura, mentre gli italiani sono direttamente coinvolti nella creazione, sanno benissimo cosa vuol dire creare, prendono parte attiva alla progettazione.

Ma pensi che questa situazione cambierà?
Si, sta cambiando tra le grandi e piccole aziende francesi, c’è un grande lavoro di sensibilizzazione, bisogna spiegare tutto agli industriali, bisogna accompagnarli, è un’altra logica.

Pensi che il design possa essere paragonato all’arte? Te lo chiedo perché sempre più oggetti di design diventano opere d’arte conservate/isolate nelle vetrine dei musei, perdendo così il loro fine principale che è quello di essere oggetti funzionali. Nello stesso tempo molti artisti si interessano a produrre pezzi di design…
Ci sono dei limiti che si fondono, ma trovo che questa discussione tra design e arte sia un po’ come la querelle sulla pittura e la scultura, sul bidimensionale e il tridimensionale. L’importante è quello che si ha da dire e il contesto in cui lo si dice. Non mi sembra che abbia molto senso esporre una sedia in un museo. Il museo secondo me è un luogo per riflettere, quindi non penso sia il luogo per esporre design contemporaneo, inteso come pezzi che troviamo anche nei negozi, fatti appositamente per la fruizione diretta. Anche se non escludo che si possa collaborare con gallerie e musei producendo delle serie particolari, a tiratura limitata, ma non bisogna fare confusione anche a livello economico.

Si parla sempre più di nuove correnti del design che hanno meno a che fare con l’oggetto in sé, come il design relazionale o urbano. Che ne pensi?
Penso che nel secolo appena trascorso abbiamo lavorato enormemente sulla materia, e ora sempre di meno. Non siamo semplicemente delle persone che materializzano le cose. Possiamo anche creare dei legami, collegamenti, fare in modo che le cose avvengano, ci sono moltissimi sistemi per concretizzare qualcosa, senza dover creare per forza un oggetto. Ho fatto una mostra su questo tema a Saint Etienne che si chiamava Cohabitation. L’idea era di mostrare che ci sono tante possibilità per i designer, bisogna essere più ricettivi e costruire il futuro con dei valori, delle altre basi etiche.


Oggi assistiamo anche alla moltiplicazione di scuole di design, studi di tendenze… Quale sarà secondo te il futuro per le nuove generazioni di designer?
È vero che ci sono sempre più scuole. A me fa paura il fatto che molti studenti sono lì non per la giusta ragione. Si è data un po’ un’immagine paillettes al nostro mestiere, anche se il realtà è un mestiere molto complesso. Ci sono molte nozioni, di analisi, di sintesi per esempio, e inoltre non si può pensare che appena usciti dall’università si possa esercitare questo mestiere. C’è un po’ di confusione. A me piacerebbe che si conservasse l’idea di tirocinio. Io apprendo sempre, perché ci sono sempre dei nuovi materiali, metodi da sperimentare, e in più lavoro in differenti campi e ogni volta conservo una visione un po’ naif, curiosa. È un mestiere in cui non si capitalizza. Sì, certamente ci si migliora grazie alle esperienze ma bisogna continuamente apprendere, e siamo anche un po’ fragili, la creazione è in generale qualcosa di fragile che bisogna far vivere.

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[exibart]


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