È di nuovo nelle sale, per pochi giorni, Il sale della terra, il docufilm che racconta la vita e il lavoro di Sebastiao Salgado, uno dei fotografi più conosciuti e influenti del nostro tempo. Diretto da Wim Wenders, maestro del cinema poetico e visionario, insieme a Juliano Ribeiro Salgado, figlio dell’artista, il film, co-prodotto da Decia Films, Amazonas images & Solares Fondazione delle Arti, è un viaggio che scorre su un doppio binario: nei luoghi più estremi della terra e nell’anima inquieta e appassionata di un uomo che ha trasformato la fotografia in un atto etico.
Nato nel 1944, di origini brasiliane, scomparso a maggio 2025, Salgado si è formato come economista prima di abbracciare la fotografia negli anni ’70. È stato testimone diretto di alcuni dei drammi più strazianti della seconda metà del Novecento: dal genocidio in Ruanda all’esodo dei profughi curdi, dalla desertificazione del Sahel ai minatori delle Serra Pelada. Le sue immagini in bianco e nero, intense come incisioni, non cercano l’estetica del dolore ma la dignità umana, anche nella miseria più profonda. Per Salgado, l’umanità è il vero “sale della terra”, come recita il titolo del film, riprendendo una celebre espressione evangelica ma anche un commento diretto di Wenders – «Una cosa l’avevo già capita di questo Sebastião Salgado: gli importava davvero della gente» -, colpito dalla capacità del fotografo di guardare davvero le persone, di sentirne il respiro e la sofferenza.
Il film si muove tra l’archivio iconico di Salgado – i progetti Workers, Migrations, Sahel, Exodus – e le riprese dei suoi ultimi viaggi per Genesis, un progetto monumentale dedicato alla natura incontaminata, agli animali, ai popoli ancora fuori dalla modernità. Dopo aver attraversato la disillusione e la malattia – seguite al trauma delle guerre e delle carestie documentate negli anni ’90 – Salgado ha trovato nella bellezza selvaggia del pianeta una nuova possibilità di salvezza. Così, da reporter del dolore diventa testimone della resilienza della terra.
Centrale, nel documentario, è anche il ruolo del figlio Juliano, che ha seguito il padre in alcuni di questi viaggi, restituendo uno sguardo familiare, intimo, affettuoso, fatto di gesti e silenzi. Il dialogo fra Juliano e Wenders costruisce una narrazione a più voci, che arriva a interrogare il senso del raccontare per immagini, oggi. Chi guarda ha una responsabilità, la testimonianza visiva è una presa di posizione etica. Per Salgado, la macchina fotografica era anche strumento di giustizia.
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