Categorie: Fotografia

Kyoto laboratorio di fotografia: le mostre più interessanti che abbiamo visto al KG+

di - 24 Maggio 2026

Dopo esserci immersi in Kyotographie, oggi segnaliamo dieci mostre e altrettanti spazi visti al KG+ di Kyoto, festival di arte pubblica nato nel 2013 con l’obiettivo di scoprire e sostenere fotografi e curatori emergenti. Il 2026 segna il tredicesimo anniversario di questa iniziativa, che continua a promuovere su scala globale le pratiche più innovative della fotografia contemporanea, valorizzando in particolare i talenti riuniti nella città giapponese. In collaborazione con KYOTOGRAPHIE, KG+ offre ai fotografi e ai curatori partecipanti preziose opportunità di confronto e collaborazione con curatori e galleristi di fama internazionale, provenienti dal Giappone e da tutto il mondo. Questo dialogo favorisce lo sviluppo di nuove prospettive e connessioni nel panorama artistico globale.

Gli artisti e gli spazi espositivi sono più di 100, in tutta la città. Quindi una decina di mostre sono riunite in un’unica location: KG+ SELECT. Questa rappresenta un’ulteriore piattaforma espositiva all’interno del festival: dieci artisti vengono selezionati tra i partecipanti da una giuria di livello internazionale per presentare i propri lavori. Tra questi viene assegnato il KG+SELECT Award 2026, il cui vincitore riceve l’invito a esporre all’interno del programma ufficiale di KYOTOGRAPHIE nell’edizione successiva, prevista per il 2027.

Di mostre ne abbiamo viste svariate e ne segnaliamo qui dieci che ci hanno colpito.

Piotr Zbierski e Hiroyoshi Taira

Nell’edificio di KG+ Select, al Kurochiku Makura Building ci hanno colpito due mostre (e abbiamo conosciuto i due artisti). Innanzitutto quella del polacco Piotr Zbierski, Solid Maze, una meditazione fotografica la memoria, sul tempo e sull’emozione in cui il tempo appare come un luogo: una casa in continua ristrutturazione ed espansione. Il tempo di cui scrive è frammentato, si estende simultaneamente in molte direzioni; possiede dimensioni multiple e differenti intervalli. La linea nera che attraversa la stanza diventa così il filo di Arianna: scandisce il ritmo, il respiro e il battito dell’opera, mettendo in relazione il visibile con l’invisibile.

Ph. Francesca Magnani

Sempre nel contesto di KG+ Select anche la serie di Hiroyoshi Taira, realizzata in un bianco e nero molto contrastato dedicata alla danza tradizionale Awa Odori, in cui la parola zomeki indica sia il brusio febbrile che invade le strade prima del festival, sia l’ebbrezza collettiva dei danzatori. Dice il fotografo: «Nel gennaio del 2024 appresi che si sarebbe tenuto il funerale di Yukihiro Iwanami, capo della Tokyo Tensusui-ren di Koenji. La Tokyo Tensusui-ren è uno dei miei gruppi di danza preferiti e desideravo partecipare per esprimere gratitudine verso i lunghi anni di dedizione di Iwanami al Koenji Awa Odori. Allo stesso tempo, sentivo l’urgenza di documentare l’Awa Odori come fenomeno intimamente legato alla vita e alla morte, ottenendo così il permesso di fotografare la cerimonia funebre. Questa serie è nata così».

Ph. Francesca Magnani

Naoko Tamura e Anthony Plasse

Da Monade Contemporary abbiamo visto Tracing the Obscurity. Attraverso gli approcci sperimentali all’immagine fotografica sviluppati da Naoko Tamura e Anthony Plasse, questa mostra indaga le relazioni tra corpo e spazio, interrogando al tempo stesso la natura stessa dell’esistenza.

Naoko Tamura instaura nel tempo un dialogo profondo con persone, ambienti domestici, comunità e paesaggi, riconfigurando attraverso fotografia e installazione la percezione corporea e lo spazio architettonico, nel tentativo di restituire un’intuizione sensibile dell’essere.

Anthony Plasse, dal canto suo, riflette sulle tracce lasciate dai segni e dalla luce, così come sulle condizioni temporali e spaziali di un luogo e sulla loro percezione. Attraverso il procedimento alla gelatina d’argento, utilizzato come pratica affine al disegno, l’artista genera uno spazio visivo di natura quasi pittorica. Quando l’immagine fotografica si imprime su un supporto come forma di presenza, in che modo può manifestarsi un’esistenza non ancora visibile, capace di opporsi alla rappresentazione nel qui e ora? La mostra invita il pubblico a entrare nelle tracce dell’oscurità: presenze appena percettibili che emergono dalla penombra dell’essere.

Ph. Francesca Magnani

Momo Nakagawa, Clonal Images

Da Hosoo Gallery c’è Momo Nakagawa — Clonal Images. Momo Nakagawa, nata in Giappone nel 1992, vive e lavora a Kyoto. Nominata al Dior Photography Award, la sua pratica artistica si colloca all’incrocio tra fotografia, scultura e installazione. Nakagawa concepisce l’immagine non come una rappresentazione fissa, ma come un organismo vivente, in perpetuo movimento, assimilabile alla materia organica. Il concetto di pantropia, mutuato dalla letteratura fantascientifica e riferito alla capacità di un organismo umano di mutare per sopravvivere in ambienti ostili, attraversa come un filo conduttore tutta la sua ricerca.

Presso la Hosoo Gallery, l’artista traduce questa idea nello spazio: un’ampia opera di collage si dispiega lungo le pareti della galleria, accompagnata da elementi sospesi ispirati a forme vegetali, simili a membrane viventi fluttuanti nell’aria. L’installazione invita il visitatore a immergersi in uno spazio in cui la percezione viene destabilizzata, in equilibrio precario tra organico e inanimato, vegetale e artificiale.

Ph. Francesca Magnani

Ayaka Yamamoto, We are Made of Grass, Soil, and Trees

Da Purple abbiamo visto Ayaka Yamamoto e la sua We are Made of Grass, Soil, and Trees. Ayaka Yamamoto è una fotografa che indaga gli strati invisibili inscritti nel corpo umano — memoria, stati latenti e condizioni che precedono l’articolazione del linguaggio — e il modo in cui questi emergono sotto forma di immagine. Lavorando in luoghi in cui le tracce della storia e della memoria rimangono profondamente presenti — tra cui Estonia, Russia, Malawi, Georgia e Okinawa — Yamamoto sviluppa la propria ricerca attraverso gli incontri con le persone conosciute durante i suoi soggiorni.

Questa mostra presenta una serie di ritratti realizzati tra il 2012 e il 2023 nel corso di lunghe permanenze in contesti culturalmente e linguisticamente estranei. Attenta alle impercettibili variazioni del corpo generate dalla luce, dalla distanza e dal silenzio, la sua pratica si dispiega nel tempo, rivelando momenti di relazione fluida tra fotografa e soggetto.

Prima di fotografare, Yamamoto pone domande non per raccogliere informazioni, ma per entrare in contatto con ciò in cui una persona crede e con ciò che ne definisce l’esistenza. Le risposte non si manifestano necessariamente attraverso le parole, ma emergono lentamente all’interno dell’immagine stessa. Gli abiti vengono reperiti localmente e sia i soggetti sia i luoghi sono determinati attraverso incontri avvenuti sul posto. Più che sulla comunicazione verbale, le relazioni si costruiscono attraverso il tono della voce, i gesti e il tempo condiviso. Distaccate dai ruoli quotidiani, le figure ritratte non vengono fissate in identità precise, ma appaiono come presenze aperte e mutevoli.

Tutte le opere sono realizzate su pellicola e stampate manualmente in camera oscura. La lieve instabilità intrinseca a questo processo impedisce all’immagine di cristallizzarsi definitivamente. Nei lavori più recenti, Yamamoto ha inoltre rivolto la propria attenzione ai paesaggi e alle atmosfere che circondano i ritratti, considerando il corpo umano come uno spazio capace di risuonare con la memoria accumulata dei luoghi.

Il titolo We are Made of Grass, Soil, and Trees trae ispirazione dalla mitologia Ainu. Attraverso l’esperienza vissuta in territori dove la distanza tra essere umano e natura rimane ancora sottile, Yamamoto esplora sensibilità pre-linguistiche e forme primordiali di percezione radicate nel corpo. La mostra invita il pubblico a riflettere sulle possibilità della fotografia nel punto di soglia in cui corpo e territorio si incontrano.

Da Now and Then, un piccolo bar al quarto piano dello stesso edificio, c’è Light and Presence di Kino Koike e gli enormi fiori di Lisa Kimura.

Ph. Francesca Magnani

Jérôme Pace, Il sole non conosce l’ombra

La mostra ci ha inizialmente incuriosito perché il titolo è in italiano: Il sole non conosce l’ombra. La mostra di Jérôme Pace da Tsubomido Gallerysi sviluppa come una riflessione visiva sul dualismo tra luce e oscurità, presenza e assenza. Attraverso una sequenza di immagini sospese tra intimità e distanza, Pace costruisce un linguaggio fotografico che esplora le tensioni sottili dell’esperienza quotidiana, trasformando frammenti ordinari in visioni cariche di ambiguità e poesia. Il percorso espositivo invita lo spettatore a muoversi tra contrasti delicati e atmosfere rarefatte, dove la luce non illumina soltanto ma rivela e nasconde allo stesso tempo.

Ph. Francesca Magnani

The Éphémère Photobook Exhibition

Da Ogawa Coffee la curatrice Anne Murayama ha messo insieme una straordinaria serie di libri autoprodotti nella mostra The Éphémère Photobook Exhibition, trasformando la galleria in uno spazio espositivo interattivo e temporaneo. The Éphémère Photobook Exhibition crea un ponte tra un bar, la cultura editoriale e la comunità locale, invitando i visitatori a immergersi in un universo tessuto attraverso la fotografia. I

l pubblico è incoraggiato a prendere i libri dalle installazioni a parete e portarli ai tavoli dedicati, prendendosi il tempo necessario per sfogliarne lentamente le pagine mentre sorseggia un caffè: un’esperienza definita Slow Looking, in cui osservazione, lettura e contemplazione si fondono in un unico gesto.

Ph. Francesca Magnani

Durante i fine settimana e i giorni festivi, la mostra ha ospitato brevi programmi con artisti e ospiti speciali, trasformando lo spazio in un luogo di incontro e scoperta, dove la fotografia diventa occasione di dialogo, scambio e nuove prospettive. Noi ci siamo stati durante il laboratorio di zines della giovane curatrice Tiffany Jiazhen Woo.

Ph. Francesca Magnani

Katherine Longly, Cat Island Blues

La fotografa Katherine Longly con la sua Cat Island Blues ci conduce ad Aoshima, una minuscola isola giapponese lunga appena un chilometro. Nel suo periodo di massimo splendore, negli anni Quaranta, l’isola contava quasi novecento abitanti, la maggior parte dei quali viveva di pesca. In seguito, la popolazione diminuì rapidamente. Nel 2013, quasi contro la propria volontà, Aoshima divenne una celebre meta turistica per visitatori provenienti da tutto il Giappone — e persino dall’estero — grazie alla numerosa colonia di gatti che la popolava. Oggi sull’isola rimangono soltanto tre anziani abitanti e circa 40 felini.

Longly racconta la propria esperienza sull’isola: dallo stupore iniziale davanti allo scarto tra le immagini diffuse dai turisti — che l’avevano inizialmente attratta — e la realtà del luogo, fino al profondo legame sviluppato con Aoshima nel corso di innumerevoli visite. Ne emerge una storia fragile e singolare, un racconto entra in risonanza con le profonde trasformazioni demografiche che attraversano il Giappone contemporaneo, ma apre anche interrogativi più ampi sull’impatto dell’overtourism, sulle scelte legate alla fine della vita e sui modi in cui gli esseri umani convivono con le altre specie.

Ph. Francesca Magnani

Yasuaki Okamoto, Walk on the Surface of the Earth

L’ultima mostra che abbiamo visto, nello spazio di Kika Books ci è piaciuta perché si allinea con un aspetto fondamentale della nostra pratica fotografica. Dice il fotografo Yasuaki Okamoto nella presentazione: «Camminare nel suono secco e nitido delle foglie cadute, camminare controcorrente lungo il fiume, camminare dentro un vento tagliente, camminare sulla terra, con la sensazione dell’aria. Negli anni Novanta si parlava di “società della simulazione”, secondo il concetto elaborato da Jean Baudrillard. Si sosteneva allora che il confine tra realtà e irrealtà fosse diventato ambiguo e che, fondendosi l’una nell’altra, avesse preso forma un mondo iperreale in cui il dominio della finzione superava la realtà stessa.

Nella mia personale Art of Expanded Existence, presentata proprio negli anni Novanta, avevo affrontato il tema della realtà esperienziale del corpo in una società dominata dall’informazione, interrogando la condizione fisica dell’essere umano all’interno delle strutture percettive generate dall’informatizzazione. Da allora sono trascorsi più di trent’anni e oggi, sospinti dallo sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, i social media e la realtà virtuale continuano a evolversi incessantemente. Anch’io traggo quotidianamente beneficio dai progressi dei media interattivi; tuttavia, a volte ho la sensazione che questa trasformazione sociale estremamente rapida stia invadendo il corpo stesso.

Per questa mostra, confrontandomi con la realtà dello svuotamento corporeo provocato dalla trasformazione mediatica del corpo contemporaneo, ho iniziato a interrogarmi su ciò che possa emergere nel momento in cui impugno una macchina fotografica, ripeto il gesto reale e semplice del camminare e osservo ciò che diventa visibile attraverso questa esperienza. Attraverso fotografie realizzate durante viaggi in diversi luoghi, immagini video di una risalita lungo un fiume verso la sua sorgente e un’installazione composta da testi e oggetti creati in passato, desidero ripensare l’orizzonte del corpo nel presente».

Ph. Francesca Magnani

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