San Marco, Isola di San Giorgio Maggiore, 2016, Ph. Mario Peliti
Tutti credono di conoscere Venezia. Tutti vogliono esibire il proprio rapporto esclusivo con lei. Qualcuno conosce unâosteria dove i turisti proprio non vanno, qualcun altro racconta di quando è uscito ubriaco da unâimprobabile casa di studenti; chi si mette a far politica però non viene da qui, chi ha comprato un pezzo di storia per farne un bar. Poter dire di averne catturato anche solo per un attimo lâessenza è come voler esibire uno status. Siamo a 1600 anni dalla fondazione di questâanomalia urbanistica e architettonica, le mani sulla cittĂ ce la hanno messe tutti: residenti che vendono ai cinesi, veneziani in fuga per mettere in affitto alloggi ereditati, stranieri che imparano attivitĂ tradizionali per fagocitare quel genius loci che gli autoctoni hanno ormai sublimato da generazioni.
âHyperveneziaâ ci sembra il tentativo estremo di fare un passo di lato, di uscire dal chichĂŠ per proporne una visione scientifica, da entomologo, dicono gli spilli conficcati nelle abbondanze bianche che fanno da cornice alle fotografie. Mario Peliti si disciplina attingendo ad una pulsione quasi ossessiva che gli fa accumulare immagini della cittĂ rigorosamente bicromatiche, in cui ombre ed esseri umani non possano intaccare la perfezione delle architetture. 300 dei 12.000 scatti che vengono mostrati oggi per dare il senso di un percorso in divenire, che si prevede potrĂ esaurirsi non prima del 2030, in cui Piazza San Marco ha lo stesso peso di una qualsiasi calle Drio la chiesa. Scatti che vogliono mappare la cittĂ quasi come un analogico ed elegante Google Street View, in cui non si tutela la privacy dei cittadini oscurando visi, ma occultando corpi.
Quella che va in mostra a Palazzo Grassi allora è una straniante e rigorosa camminata lineare tra i sestieri di Venezia, sintetizzati in sigle numerate che ne ricostruiscano il percorso. Nella ripetizione si innescano giochi spontanei, la ricerca da parte del pubblico di umani, il riconoscimento di luoghi vissuti; lo straniero come il veneziano cercano punti di ancoraggio, vogliono dimora, un appiglio che permetta umanitĂ , in un panorama che si fa giocoforza morente, per la totale assenza di vita che esonda dagli scatti e che, ahinoi, siamo stati costretti a conoscere in tempi recenti. Per alcuni il desiderio di marcare la differenza passa attraverso il voler verificare la veridicitĂ dellâassunto: davvero di umani non ce ne sono proprio? Non entrano mai, per 12.000 volte, nellâobiettivo della macchina fotografica? Câè chi dice di aver intravisto un fantasma, chi lâimmagine riflessa del fotografo come un cammeo che ne sveli la presenza: almeno lui, testimone muto e esecutore, câera.
Difficile sentire completamente il senso di vuoto durante un opening, servirebbe qualcosa di piĂš per farsi catturare dalle immagini ipnoticamente scandite dalle musiche di Nicolas Godin, quello che dâaltra parte accade con la proiezione innestata al centro del percorso espositivo, in cui tre grandi schermi propongono una partitura visiva delle stesse foto che ne compongono lâossatura. Forse questa sala trapezoidale ricavata nel cuore del primo piano, con foto in grandezza naturale che occhieggiano allâimmersivo per contenere la versione video di quella cruda mappatura che aveva un senso proprio per il suo non fare sconti, tende un poâ troppo la mano al pubblico, cosĂŹ come la mappa di Venezia fatta di fotografie, piĂš adatta ad una campagna di marketing che ad una sala di museo. Sbilanciamenti che, alla fin fine, non rendono giustizia ad unâoperazione che, come ben sottolinea il Direttore Racine, finisce per restituire unâimmagine della cittĂ lontanissima da quella canonica, e proprio questo rende interessante lo sforzo titanico di una mappatura che punta ad essere esaustiva.
Questo tenendo presente che âHypervenezia è unâimmersione in una Venezia come non si è mai vista e come non si vedrĂ mai. Nonostante la raffigurazione iconica che tutti conosciamo e riconosciamo, questa Venezia appartiene a un mondo parallelo, a un simulacro in cui è impossibile distinguere il falso dal vero, lâartificiale dal reale, lâoggetto dalla sua rappresentazioneâ, scrive il curatore Matthieu Humery. Scorci di cittĂ vuota che prima del 2019 avevano avuto solo abitanti fuori ritmo, desiderosi di immergersi nellâalba che chiude la notte o in un inizio anticipato di giornata.
Un fotografo, Mario Peliti, che non fa parte della Collezione Pinault, attraverso il quale il collezionista francese ha voluto omaggiare una cittĂ che sente sua e a cui Palazzo Grassi, in questo modo, propone un tributo tacito e importante, una riflessione dovuta su un vuoto che risuona nella scomparsa dei suoi abitanti, nella mercificazione che fa parte inesorabilmente della sua identitĂ , nelle contingenze amare di questâinizio di anni Venti del nuovo millennio.
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