La fuga dalla pazzia della guerra, dalla morte che si può incontrare lungo le strade o al mercato. L’esilio dalla propria terra, dalla Sarajevo in preda alle bombe e ai cecchini. Tutto questo pesa come un macigno nell’opera di Safet Zec (1943), artista bosniaco che da quindici anni vive tra Venezia e Udine. Il silenzio delle cose è, come recita il titolo della mostra, il protagonista indiscusso delle sue opere, di matrice figurativa, portate ad un’intima metafisica del vuoto e della mancanza.
La scelta dell’incisione, anche con più lastre, e l’uso combinato di acquaforte, acquatinta e ceramolle per la realizzazione di vari gradi di grigio, assieme alla più asciutta puntasecca, testimonia una visione del mondo tagliente e lacerata. I temi sono quelli della quotidianità, degli oggetti talvolta privi di senso, che ci circondano. Ecco quindi Lo specchio, di grandi dimensioni, in cui la superficie del muro è resa con i grigi più morbidi, mentre una trama di disegni dal tratto infantile sembra percorrere la lastra. Oppure la serie dedicata ai Tavoli rossi, su cui sono disposti gli strumenti del lavoro del pittore: i pennelli, la colla, gli occhiali. L’uso del collage con giornali sembra rinvigorire le opere, soprattutto per la creazione di trame che si intersecano e sovrappongono al disegno.
Talvolta, è possibile scorgere tra i grigi degli oggetti nascosti o dei segni abbozzati con un tratto più lieve, puerili o più spesso onirici, appena delineati o incompiuti. E, anche nel cortile di casa, escono da dietro le tende vasi con i fiori colorati, come nella serie delle Finestre. Ma se da un lato la presenza di tracce evanescenti sembra riempire e sostanziare il sentimento di rimpianto verso la terra perduta, dall’altro la concretezza di Pane, realizzato con più lastre, o la sensuale serie degli Abbracci, sembrano suggerire un attaccamento alla carnalità della materia e della vita, rifugio sicuro dall’invadenza del dolore.
Notevoli anche le Case di pietra e Grande casa, stampate su giornali, da cui spicca il colore rosa a formare un sottoinsieme di trame cromatiche. Ma l’amore per la propria patria prepotentemente riemerge, confuso con la nostalgia ed il mesto rimpianto per ciò che è ormai passato: lo si può vedere nel Ponte e in Bentbaša, la collina con vegetazione sfregiata dai segni obliqui che rompono la bellezza classica del paesaggio. Ma, come ebbe a dire Dario Cecchi, “se l’arte è solitudine, l’arte dell’incidere è solitudine due volte”.
articoli correlati
Le incisioni espressioniste a Torino
Le incisioni di Camille Pissaro a Mogliano Veneto
link correlati
Alcuni degli ultimi lavori di Zec
Un approfondimento dell’artista
daniele capra
mostra visitata il 15 marzo 2005
In uscita per Il Melangolo, La terra trema di Lucrezia Ercoli riflette sul rapporto tra catastrofi, immagini mediatiche e fragilità…
Curata da Lorenzo Lazzari, la mostra riunisce Carloni-Franceschetti, Shadi Harouni e Madeleine Ruggi per riflettere sulle memorie che le lotte…
Fino al 30 maggio, la galleria LINLI Art Space di Venezia ospita la ricerca multimediale di Hero Pavel: cento opere…
Curata da Massimo Bignardi, l’antologica al Museo FRaC mette in dialogo le opere storiche di Rosaria Matarese con una nuova…
A cinquant’anni dall’inizio di Arte Sciopero, Montecatini Terme celebra la figura di Galeazzo Nardini con una grande mostra dedicata alla…
Performer e videoartista, docente dell'Accademia di Belle Arti di Catanzaro, Luca Sivelli è stato una figura di riferimento della scena…