Categorie: Il fatto

Una Brexit personale

di - 5 Settembre 2016
Dal 1852 è stato il primo direttore straniero dell’istituzione: parliamo di Martin Roth, direttore del Victoria & Albert Museum di Londra dal 2011. Tedesco, nato a Stoccarda nel 1955, è l’ultimo a impartire all’Europa una lezione di fratellanza. Roth si dimetterà infatti oggi dalla sua carica, in una decisione che arriva anche in seguito alla disillusione per il “caso” Brexit. Nelle varie interviste con l’emittente tedesca DW, infatti, Roth ha detto che il voto di lasciare l’Europa del Regno Unito gli è parso come una sconfitta personale, turbato da una “retorica di guerra” che non si sentiva da tempo.
«Io non volevo essere un tedesco. Non avevo voglia di crescere in un Paese che aveva ucciso una parte enorme della sua popolazione. Per me l’Europa è sempre stata speranza di un futuro di pace, basato sulla condivisione, la solidarietà e la tolleranza. Abbandonarla significa creare barriere culturali e questo mi inquieta», riporta il direttore ripreso dal Guardian, aggiungendo: «Il solo pensiero che potremmo rovinare tutto quello che ha raggiunto la generazione dei nostri genitori – una politica di pace, di riconciliazione e di pensiero comune – è una prospettiva orribile».
E così, che lo si voglia o no, la Gran Bretagna perde un illuminato. Un uomo che, nella sua carriera, ha portato sugli scudi il V&A, che ha riempito le sale di visitatori con la meravigliosa retrospettiva dedicata ad Alexander McQueen e che ha bissato il successo con David Bowie, prima della morte dell’artista. Sotto il suo mandato il V&A quest’anno è stato dichiarato “Museo dell’anno”, ha portato avanti progetti di espansione dell’istituzione che aprirà nell’East di Londra nel 2022, e ha pianificato quella che si prevede sarà un’altra mostra esemplare: quella dedicata ai Pink Floyd.
Insomma, forse non c’è nulla di nuovo sotto il sole. O forse sì. Ammesso che i piani di Roth nell’abbandonare la nave siano sinceri, e non vi siano altre nomine più prestigiose dietro la porta, c’è da chiedersi chi lascerebbe un museo come il V&A dopo appena 5 anni di mandato, e con tutte le glorie annesse.
Forse davvero questo “piccolo” cambiamento che si prevede in Europa, almeno nell’intellighenzia, non è da sottovalutare. E d’altronde quello che fa grande un Paese è la sua cultura, che da sempre resta traccia tangibile nelle generazioni, al di là della mutevole politica. (MB)

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