Carmelo Nicosia, Ali/ Il tempo e le nuvole
Con inquieta pazienza mi attende, assiso in bella vista sulla scrivania, l’ultimo libro – appena pubblicato- di Carmelo Nicosia (Catania, 1960) dal titolo lapidario e programmatico: “Ali”. Le mani viaggiano docili al fruscio familiare delle pagine che, con tempi ineguali, sfoglio, scruto, compulso, osservo, vorrei aggiungere, guato. Eh sì, perché una buona parte del libro è tutta da apprezzare unicamente con gli occhi: vi compaiono, infatti, numerose foto, tutte in bianco e nero – molte delle quali enigmatiche d’acchito – realizzate nell’ultimo decennio dall’artista-fotografo siciliano. Che si vuole qui presentare brevemente dicendo che è specializzato in antropologia visuale e che è Direttore della Scuola di Fotografia e Video presso l’Accademia di Belle Arti di Catania oltre che della Fondazione Oelle Mediterraneo Antico. Prima di lasciarmi di nuovo catturare dalla forza attrattiva delle immagini, mi trattengo agilmente sulle pagine più propriamente “libresche”, brevi composizioni liberamente ispirate dal nutrito apparato fotografico, e scritte a più mani: dallo stesso Nicosia (che gioca con la metafora del volo, della prospettiva aerea, della visione dall’alto); dal fotografo Mario Cresci (è ricorrente nel suo dire il motivo archetipale del viaggio); dallo storico dell’arte Cesare Biasini Selvaggi (autore di una dotta riflessione sull’estetica della fotografia e della sua funzione nell’arte contemporanea); dalla professoressa Anna Mazzaglia esperta di linguistica contemporanea (l’artista viandante, l’osservatore, lo sciamano, il viaggiatore demiurgo sono i segni figurali che punteggiano le sue considerazioni). E proprio questa studiata compresenza di parole e immagini che si sogguardano a cauta distanza sembra essere uno dei tratti peculiari del libro che ben lungi dal perseguire l’obiettivo à la page di spericolate ibridazioni semantiche o di illusorie contaminazioni babeliche, azzarda un dialogo a distanza tra due linguaggi tra loro difficilmente assimilabili. Alcune astrazioni chiaroscurali suggeriscono un’affinità con certe sperimentazioni avanguardistiche del primo Novecento. Ne sono incuriosito e chiedo direttamente all’autore lumi sulla tecnica impiegata: « Le fotografie presenti nel libro, tutte in bianco e nero e da me post-prodotte – mi spiega – sono state realizzate mediante l’utilizzo di un apparecchio digitale tenendo sempre conto di contrasti importanti e di un grande rispetto per una luminosità simile a quella di un aurora boreale». E, già che ci sono, aggiungo con curiosità: «Come è nata l’idea di questo libro? » Ed ecco puntuale la risposta: « L’idea del libro nasce dalla necessità di riordinare quindici anni circa di riprese aeree, immaginando di poter intravedere e sintetizzare da una diversa angolazione scenari possibili che si potessero sviluppare sulla Terra. Inoltre, è importante per un autore mettere insieme come se fossero delle stazioni di un viaggio esperienziale tutta una serie di fotografie che hanno come matrice comune il nero, gli spazi infiniti, un’estrema attenzione al variare della luce, immaginando che essa sia sempre l’elemento di conduzione della visione fotografica. L’altitudine visiva perfettamente correlata ad una ricerca di prospettiva diversificata corrisponde all’esigenza di una nuova fotografia che possa mettere assieme uno sguardo autoriale e una ricerca di senso».
Luigi Capano
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