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L’etica del viandante: le ragioni della pace nell’ultimo saggio di Umberto Galimberti

di - 21 Febbraio 2024

Nei salotti televisivi si discute se i 30mila morti palestinesi siano catalogabili nella categoria di “genocidio” oppure di “crimini di guerra”. Come se la “larga scala” appartenente al concetto di genocidio (o pulizia etnica, cioè la programmazione sistematica dell’eliminazione di un popolo) relativizzasse la “corta scala” – si fa per dire – dei crimini di guerra, eufemisticamente e cinicamente definiti “effetti collaterali”. Vale a dire, “l’inevitabile” perdita di vite umane dei civili durante una guerra in corso. Se sono crimini, tali restano – come crediamo – anche se perpetrati da un popolo (Israele) che ha subito uno degli attacchi criminosi più abietti ed efferati da parte di Ḥamas. Infatti, questa tragica realtà del 7 ottobre 2023, con i suoi 1194 morti fra civili israeliani e militari, inchioda tutti, nel qui e ora, costringendo le Nazioni a prendere posizione, ad assumersi responsabilità morali e politiche.

Ora, Hamas, acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya, con la sua azione ha dichiaratamente mostrato al mondo di volere la distruzione dei palestinesi. Non c’è bisogno di scomodare Sun Tzu e la sua Arte della guerra per riflettere sul fatto che nel conflitto attuale in medio oriente sono “saltati” tutti i principi su cui si basava la teorizzazione del generale e filosofo cinese elaborata e sperimentata circa duemila e cinquecento anni fa.

Non tenendo conto, Hamas, della disparità delle forze in campo (tecnologiche in primis e umane, quella di Israele notoriamente superiore) si commette uno dei primi errori; pertanto risulta “ingenuo”, oltreché impossibile, il tentativo di Ḥamas di eliminare il popolo ebraico. E allora? Da ciò la nascita del terrorismo, unica possibilità, unico obiettivo perseguibile nascondendosi nei tunnel scavati sotto le abitazioni civili e gli ospedali. Naturalmente un obiettivo, quest’ultimo, che implode su se stesso e che per conseguenza ci regala ciò che vediamo tutti i giorni nei nostri telegiornali.

Ma si sa che lo schermo televisivo crea assuefazione; e questa è un’altra grave questione che si aggiunge al coacervo di dolore e tragedia quotidiana a cui assistiamo quotidianamente. Ciò è dovuto al fatto che lo schermo focalizza, è un rettangolo che ci illude di racchiudere la realtà. Invece esclude, è fantasmatico, sembra ravvicinare e invece allontana assolvendo esclusivamente alla sua funzione di informazione documentaria; quando quest’ultima è fatta con scrupolo e onestà professionale. Il che, certamente, non è poca cosa. Ma nessuno schermo potrà mai comunicare il dolore silente di chi muore lentamente sotto le macerie di un bombardamento; l’afrore dei gas sprigionati dalle bombe; il lamento dei sopravvissuti sui cadaveri racchiusi in pietosi teli di plastica, le case bruciate e squarciate, i boschi ridotti in lande spettrali, la natura umiliata, le città completamente distrutte dove si aggirano i sopravvissuti.

È difficile parlare del conflitto Israele-Palestina e dell’Ucraina senza scadere nella retorica del pressapochismo o nella chiacchiera. Per questo ascoltiamo con serietà le riflessioni degli esperti di geopolitica e militarismo sperando di comprendere qualcosa in più da ciò che ci viene sciorinato continuamente dai media. Loro, gli esperti, talvolta, ne parlano con freddezza, con distacco quasi scientifico, al pari dei medici di fronte a una malattia; con distacco – certamente necessario – vista la complessità del problema e del suo quotidiano attorcigliamento. Allo stato attuale, su questi due conflitti non sembrano esserci soluzioni immediate; salvo quelle, auspicabili, dei negoziati.

Picasso, Guerra e pace. Cappella di Vallauris, 1953

Ma oltre ciò, oltre la necessità di mettere uno stop alle continue efferatezze delle guerre, occorre avviare un processo di crescita di profonda consapevolezza che porti a una visione condivisa, che veda lontano, tenendo conto del destino comune degli uomini; affranti su questa Terra, unica patria, di tutti. Martoriata non soltanto dalle guerre ma forse soprattutto dalla mano dell’uomo razionale, al servizio di una mente e di una coscienza ormai priva di etica. Come suggerisce Umberto Galimberti nel suo ultimo saggio, L’etica del viandante, uscito per i tipi di Feltrinelli, ciò che occorre è un radicale cambiamento, un nuovo paradigma che nasca dalla consapevolezza degli errori capitali dovuti a una egoistica e antropocentrica concezione dell’uomo. Un’etica cosmopolita urgente e planetaria, la cui base è rappresentata dalla fraternità, da estendere a tutte le cose, animate e inanimate, essendo l’uomo un ente tra i tanti.

«Diventa allora quanto mai indispensabile – scrive Galimberti – una ripresa della virtù antica che invitava l’uomo a non oltrepassare il limite…L’invito che i Greci rivolgevano all’uomo, di dare una misura a se stesso e che diventa oggi non solo attuale, ma addirittura urgente». Come dire che il mondo va avanti ancora con i motori del vecchio pensiero che divide e crea contrapposizioni e di conseguenza frammentazione, il cui risultato sarà sempre impregnato di sangue e di guerre.

A maggior ragione oggi, in cui la potenza della tecnica, che detiene il primato assoluto, ha raggiunto livelli impensabili. Occorre dunque una “ragione” che non sia ridotta soltanto a “fare calcoli” – come denunciava a suo tempo Heidegger – una ragione strumentale che ha ridotto il mondo a laboratorio di continui e, talvolta, irreversibili esperimenti, rivolta a quel bene comune che si chiama pace.

Ma la “pace perpetua” che Kant auspicava – sottolinea Galimberti – «Non è possibile garantirla finché esistono gli Stati, perché la pace che essi cercano di promuovere al loro interno è subito contraddetta dalla guerra dichiarata all’esterno contro i potenziali nemici. Il viandante, che nel suo nomadismo incontra i confini, auspica che si rinunci una volta per tutte all’idea dello Stato. Un’entità costruita dalla cultura del nemico che ha assegnato allo Stato il monopolio della violenza: al suo interno con le differenze etniche, e all’esterno nel rapporto con gli altri Stati. Infatti lo scopo che ogni Stato persegue è unicamente la propria conservazione in caso di difesa o la propria affermazione in caso di espansione, da conseguire in entrambi i casi con ogni mezzo, ivi comprese la repressione interna delle diverse etnie o la guerra esterna con gli altri Stati qualora si rendesse necessaria».

Umberto Galimberti, L’etica del viandante, Editore Feltrinelli, 2023, ISBN 9788807493645, euro 22,00

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