622 pagine, 2 curatori, 20 autori coinvolti, 39 schede di opere emblematiche, un’antologia commentata in appendice: queste le cifre, orgogliosamente dichiarate in quarta di copertina, di un’opera che ambisce a diventare, abbastanza chiaramente, la summa teologica delle arti multimediali digitali. Obiettivo ambizioso che, nonostante la competenza dei curatori, la qualità degli autori –da Emanuele Quinz ad Alessandro Amaducci, da Tommaso Tozzi ad Antonio Caronia, da Maria Grazia Mattei ad Alessandro Pontremoli– e dei contributi, viene parzialmente mancato.
Sia chiaro: Le arti multimediali digitali, curato da Andrea Balzola e Anna Maria Monteverdi per Garzanti, è e probabilmente resterà a lungo il contributo più completo pubblicato in Italia sulla questione dell’utilizzo artistico dei nuovi media. La sua vocazione didattica è dichiarata sin dall’introduzione e gli apparati finali forniscono uno strumento agile e adatto alla consultazione, di cui si sentiva indubbiamente la mancanza.
Il vero problema di una pubblicazione di questo tipo concerne il contesto: il suo acquisire senso sullo sfondo di una rete di strumenti più specifici ancora inesistente nel panorama editoriale nostrano. Il testo ha l’indubbio merito di sottolineare la continuità di queste sperimentazioni, troppo spesso lette come estranee al panorama dell’arte contemporanea, con i tentativi di sintesi delle arti che hanno attraversato tutto il Novecento. Tuttavia, lo spazio concesso a queste esperienze già studiate e sedimentate toglie ai testi che seguono qualsiasi possibilità di approfondimento reale, impedisce loro di andare al di là della narrazione sintetica e della successione di spunti.
Per fare un solo esempio, su più di 600 pagine, solo 10 ne sono state riservate alla Net Art, con una sproporzione fra l’importanza del fenomeno (e delle sue filiazioni) e lo spazio dedicato, cui non può rimediare nemmeno la bravura di Valentina Tanni.
Stesso discorso per quanto riguarda gli interventi sull’e-learning, sul web design e sull’informatica musicale, interessanti di per sé, ma che in questo contesto sviano l’attenzione dal tema principale, oltre ad alimentare spiacevoli equivoci sull’identità fra l’arte e la creatività digitale, che andrebbero piuttosto chiariti una volta per tutte. La mancanza di immagini, nata sicuramente da una precisa scelta editoriale, rende di difficile lettura molte esperienze e molti lavori chiave; e sarebbe forse ora che imprese di questo tipo, tanto più se inquadrate in una precisa mission didattica, mettessero in conto una certa duttilità editoriale, prevedendo strumenti come gli ormai fuori moda cd-rom allegati o, perché no, un archivio online di immagini, filmati e link aperto alla consultazione.
Scendendo nell’ambito dei contenuti, va detto che se l’appartenenza teatrale dei due curatori condiziona percettibilmente lo sguardo d’insieme, la panoramica offerta si avvicina con buona approssimazione ai 360°, spaziando dalla fotografia alla musica alla narrativa, dalla video-arte alla computer art, dalla danza alla net art.
Di grande utilità gli apparati: dalle 39 schede di opere e artisti, che contribuiscono a delineare, nell’universo complesso dei nuovi media, una costellazione da cui non si può prescindere, all’antologia critica, che propone frammenti di testi spesso inediti in Italia, alla completa e documentata bibliografia.
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