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libri_saggi | Non solo continentali

di - 17 Aprile 2008
È ormai uno di quei classici il cui titolo diviene espressione antonomastica. Come l’accidia di Oblomov, pur essendo rari i lettori del romanzo di Goncarov. È Analitici e continentali, tomo di Franca D’Agostini che ha reso iconica la scissione fra queste due scuole di pensiero.
Questa rubrica è senz’altro legata alle vicende della seconda “tendenza”, dall’agrodolce sapore franco-tedesco. Tuttavia, non può che essere accolta con favore la “riscoperta” italiana di Arthur Coleman Danto. Il quale ha però studiato anche in Francia, con Merleau-Ponty, prima di approdare alla Columbia; e ha firmato, nel 1975, una monografia dedicata a Sartre; e, dopo quarant’anni dalla pubblicazione, nel 2005 ha dato alle stampe una nuova edizione del suo Nietzsche as philosopher.
Ri-scoperta è il termine adeguato, poiché la storia della ricezione nostrana di quello che è considerato l’erede più titolato di Clement Greenberg ha vissuto una prima fase che non va dimenticata. Ci riferiamo agli studi che hanno come soggetto l’arte, poiché Danto non s’è certo fatto incasellare. Il che, per un analitico, sarebbe un controsenso. Non consideriamo dunque la traduzione italiana, risalente al 1971, di Filosofia analitica della storia. Mentre dobbiamo ricordare l’impresa capitanata da Demetrio Paparoni che, in qualità di direttore di “Tema Celeste”, nel 1992 propose La destituzione filosofica dell’arte, uscito negli States nel 1986 e, in una nuova edizione, nel 2004. La traduzione è esaurita da anni e neppure contemplata nel catalogo Iccu afferente al Mibac. D’altro canto, il legame fra Danto e Paparoni è testimoniato da numerosi interventi pubblicati sulla rivista e da parecchie altre collaborazioni, dalla prefazione a L’Astrazione Ridefinita di Paparoni alla traduzione di Narrative and Style.
Stiamo ora assistendo a un rinnovato interesse per l’opera del critico di “The Nation” (testata per la quale scrive dal 1984: una quarantina di “recensioni” sono state raccolte tre anni fa in volume dal titolo Unnatural Wonders). A dare l’abbrivio sono stati Tiziana Andina e Alessandro Lancieri, che hanno curato un numero della “Rivista di Estetica” intitolato artworld & artwork. Arthur Coleman Danto e l’ontologia dell’arte. Un interesse certo non disgiunto dalla “svolta” ontologico-analitica di Maurizio Ferraris, direttore responsabile della rivista. D’altronde, l’occasione era ghiotta: in ottobre l’Università di Torino aveva conferito a Danto una laurea honoris causa in Filosofia e storia delle idee “per aver reintrodotto il rigore e l’amore per le opere nella filosofia dell’arte”. Nel volume, oltre a un intervento dello stesso Danto, si leggono i contributi dell’immancabile Paparoni e, fra gli altri, di Noël Carroll, Pietro Kobau e Luca Vargiu.
È seguito un volumetto per i tipi di Armando, intitolato La storicità dell’occhio, che raccoglie parte dei materiali di un dibattito sviluppatosi nel 2001 sulle colonne del “Journal of Aesthetics and Art Criticism”. Protagonisti, insieme a Danto, Mark Rollins e ancora Noël Carroll. Pomo della discordia era la percezione visiva e il suo eventuale carattere storico; insomma, l’inesausta discussione su natura e cultura. Va da sé che, per Danto, l’ipotesi “relativista” alla Foucault o alla Wartofsky è priva di fondamento, poiché attribuisce all’occhio -ad esempio- una plasticità neurofisiologica che non sarebbe affatto provata scientificamente. In altri termini, “il vedere rimane costante attraverso i cambiamenti che coinvolgono il rappresentare”. Questione chiusa.
Ha un tenore simile, colloquiale, il volume edito da Postmedia, L’abuso della bellezza, essendo la rielaborazione di tre Carus Lecture tenute nel 2001. L’andamento argomentativo miscela aneddoti e cenni biografici, mentre quasi di soppiatto operano “le lunghe pinze della filosofia analitica”. Che innanzitutto separano l’estetica kantiana e il suo presunto concetto-chiave, la bellezza, dalla filosofia dell’arte (non tout court, ma quella elaborata da Danto a partire dalla dilagante influenza di temi hegeliani). Ciò non significa che la bellezza sia da espungere dal dominio dell’arte, come ha fatto l’“avanguardia intrattabile”, bensì comporta la sua relativizzazione -anche se è assai probabile che a Danto non piacerebbe questo termine- nel quadro di una pluralità di qualità estetiche o “flessori”, dal disgusto al sublime. E tuttavia, la bellezza di Danto conserva ancora un carattere eccezionale ed edwardiano, poiché “è l’unica qualità estetica ad essere anche un valore”. L’impressione è che si torni, senza passare dal via, alla trinità nemmanco tanto laica costituita da verità, bontà e beltà.
Intanto sono alle stampe altre due traduzioni, After the End of Art (1998) per i tipi di Bruno Mondadori e The Transfiguration of the Commonplace (1981) per Laterza, oltre alla riedizione della Destituzione filosofica dell’arte per la palermitana Aesthetica.
A noi piace chiudere con la voce “arthurdantist” tratta dal Lexicon curato da Daniel Dennett e disponibile sul sito dell’editore Blackwell: “One who straightens the teeth of exotic dogmas. ‘Little Friedrich used to say the most wonderful things before we took him to the arthurdantist!’ – Frau Nietzsche”.

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I volumi recenti…
Tiziana Andina e Alessandro Lancieri (a cura di), artworld & artwork. Arthur Coleman Danto e l’ontologia dell’arte, “Rivista di Estetica”, n. 35, Rosenberg & Sellier, pp. 415, € 34
Arthur Coleman Danto, L’abuso della bellezza. Da Kant alla Brillo Box, postmediabooks, pp. 192, € 21
Arthur Coleman Danto, La storicità dell’occhio. Un dibattito con Noël Carroll e Mark Rollins, Armando, pp. 128, € 10
Arthur Coleman Danto, Unnatural Wonders: Essays from the Gap Between Art and Life, Columbia University Press, pp. 408, $ 31

… e quelli in preparazione
Arthur Coleman Danto, La destituzione filosofica dell’arte, Aesthetica
Arthur Coleman Danto, Dopo la fine dell’arte, Bruno Mondadori
Arthur Coleman Danto, La trasfigurazione del banale. Una filosofia dell’arte, Laterza

*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 49. Te l’eri perso? Abbonati!

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