Un libro portatile, tascabile, a misura d’uomo o meglio, in questo caso, a misura di donna. Quasi un piccolo diamante grezzo che va scoperto. Deborah Levy con Cose che non voglio sapere, si cimenta nella difficile impresa rappresentata un monologo quasi amichevole da donna a donna. L’autrice racconta di sé, delle sue esperienze di giovane sudafricana vissuta in pieno regime di apartheid.
Ogni donna affronta i momenti difficili della propria vita in maniera unica e personale, Deborah Levy lo fa iniziando un viaggio che la porterà nell’isola di Maiorca. E, da questo luogo, inizia «nell’intimità che solo un paese straniero può offrirle, un suo cammino intellettuale ed emotivo» sulle strade tracciate da Virginia Woolf, Simone de Beauvoir e Marguerite Duras, citate nelle pagine del libro; un suo ragionamento continuativo, quasi come un appigliarsi a echi del passato che parlano la stessa lingua dei suoi pensieri.
Si tratta del primo volume della trilogia Autobiografia in movimento, in cui la Levy, partendo da un’analisi introspettiva, si sofferma sul significato dell’identità femminile che oggi deve ancora confrontarsi con costrutti sociali quali l’emancipazione e ruoli legati all’essere maschio o femmina.
La Levy cerca e racconta la ricerca della propria voce, un altro viaggio, dunque, per sua natura irto di ostacoli, «dove l’amore è un appiglio labile e transitorio, gli ostacoli si chiamano casa, società , patriarcato» e le tematiche affrontate si chiamano lotta per la parità , maternità e apartheid. «C’era qualcosa di piacevole nell’essere letteralmente perduti quando già mi sentivo perduta in ogni altro aspetto della mia vita. Adrienne Rich, che stavo leggendo in quel periodo, aveva parlato chiaro: nessuna donna può davvero fare parte di istituzioni generate da una coscienza maschile. Quella era la cosa bizzarra. Mi era sempre più chiaro che la maternità fosse di fatto un’istituzione generata dalla coscienza maschile. Ma la coscienza maschile era un’incoscienza maschile. L’uomo aveva bisogno di una compagna, madre ovviamente, che annullasse i propri desideri e si occupasse dei suoi. E poi di quelli di tutti gli altri.
E così noi abbiamo provato a reprimere i nostri desideri e ci siamo rese conto che ci veniva proprio bene. E in più abbiamo investito le energie di una vita allo scopo di creare una casa per i nostri figli e i nostri uomini», passaggio illuminante.Deborah Levy, prende in prestito anche frasi di Marguerite Duras, per accentuare ancora di più il suo pensiero: «Il luogo stesso dell’utopia è la casa creata dalla donna, quel tentativo, cui lei non sa resistere, e cioè di interessare i suoi cari non già alla felicità ma alla sua ricerca. Nella maternità la donna abbandona il proprio corpo al bambino, ai bambini. Niente di simile avverrà mai nella paternità . Ma forse la donna secerne l’intima sua disperazione lungo le maternità , i vincoli coniugali». Nessuna l’ha mai detto in modo così tenero e allo steso tempo veritiero.
Questi sono i toni, i quesiti aperti, o meglio, i ragionamenti aperti che la Levy ci sottopone durante la lettura del libro. Lettura che nonostante la «leggera pesantezza» degli argomenti rimane una lettura affascinante e scorrevole. Un’autobiografia in perenne movimento, dal ritmo incalzante. Non un libro in cui abbandonarsi, ma in cui tenere alta la concentrazione.
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