Il poeta Giuseppe Ungaretti alla sua scrivania, Roma, 16/02/1963.
Non tutti ne sono a conoscenza ma, prima di essere il fante del Carso o il maestro dell’Ermetismo, Giuseppe Ungaretti è stato un esperto d’arte “mancato”. Certo, siamo abituati a pensare a Ungaretti in primis attraverso i suoi versi coincisi e asciutti, eppure la sua vera iniziazione intellettuale non avviene tra i libri ma negli atelier. Quando nel 1912 approda a Parigi da Alessandria d’Egitto, Ungaretti non sa ancora di essere un poeta: la sua intenzione è invece quella di iscriversi all’École du Louvre per diventare uno specialista d’arte. È nella capitale francese che incontra e frequenta artisti come Léger, Gris e Modigliani e poi i giovani Apollinaire e Picasso.
Oggi, il corpus di riflessioni sull’arte visiva che Ungaretti ha prodotto sull’arco di 60 anni trova finalmente una forma sistematica nel volume Pittura cosmopolita. Scritti sull’arte 1910-1969, a cura di Luca Cesari, in uscita il 14 aprile per la collana Scritti di Electa.
Quella di Ungaretti si potrebbe definire una critica “diretta”, basata sulla presenza fisica nei luoghi dove l’Avanguardia stava nascendo. È testimone oculare del debutto dei Cubisti e di Duchamp ai saloni parigini; vede nascere L’amante dell’ingegnere di Carrà e assiste, quasi come un custode, alla genesi delle Piazze d’Italia di de Chirico, salvandole letteralmente dalle pulizie domestiche della padrona di casa dell’artista partito per la guerra. Ungaretti vede dunque nascere il Novecento davanti ai propri occhi e le riflessioni che ne scaturiscono si sedimentano in scritti raffinati e dal profondo valore storico-artistico.
Il volume di Electa raccoglie ora queste prose di “eccezionale fulgore linguistico” — tra saggi, introduzioni a cataloghi, articoli e carteggi — che restituiscono un Ungaretti inedito, capace di muoversi con la stessa autorevolezza tra il cubismo di Braque e il futurismo di Severini, fino ad arrivare alle nuove generazioni italiane del dopoguerra.
Il racconto ungarettiano attraversa le epoche con una libertà di giudizio che solo chi ha vissuto la materia può permettersi. Poteva narrare la povertà estrema di Modigliani, osservare Utrillo dipingere sulle pareti di una trattoria o conversare con Brancusi, ma non per questo restava ancorato al passato.
La sua “visività”, che nutrirà poi profondamente la sua poesia e le sue celebri letture di Dante e Petrarca, gli permette di bocciare senza mezzi termini la tecnica di Dalì – “dipinge malissimo” – e, allo stesso tempo, di accogliere con entusiasmo la rottura cromatica di Piero Dorazio o l’energia pop di Mario Schifano.
Questa operazione editoriale di Electa colma un vuoto durato troppo a lungo, restituendo all’arte uno dei suoi testimoni più lucidi. Ungaretti critico non è un poeta prestato alla pittura ma un occhio cosmopolita che ha saputo leggere la forma prima ancora della parola.
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