Liliana Moro, attiva fin dalla metà degli anni Ottanta, è di sicuro una delle nostre artiste più affermate e mature. La sua ricerca si muove con scioltezza attraverso tematiche differenti e si serve di tutti i media disponibili: disegno, scultura, musica, installazioni ambientali, video e performance. Ma ogni volta offre agli spettatori una visione poetica e intensa, una narrazione per immagini raffinata e potente.
Dopo la partecipazione al Premio per la Giovane Arte, organizzato dal CNAC di Roma -in cui presentò un’installazione-moschea- e dopo l’apparizione alla grande mostra “Il Dono” al Palazzo delle Papesse di Siena, l’artista torna nella sua città, Milano, con una nuova personale, la terza allestita nella Galleria Emi Fontana.
Lo spazio è bianco e dimesso, apparentemente vuoto. L’opera di Liliana Moro si manifesta prima all’udito che agli occhi, sorprendendoci con il rumore stridulo dei vetri rotti che siamo costretti a calpestare. I frammenti trasparenti invadono l’intero spazio della galleria come un prezioso tappeto musicale. Nella stanza accanto l’unica presenza è un lettino da bambino, di quelli con le sbarre, anch’esso totalmente trasparente e vuoto.
Non sappiamo se quest’opera sia stata concepita prima o dopo il fatidico 11 settembre, ma percorrendo i due ambienti non si può fare a meno di collegare le immagini, i pensieri, i sentimenti. In ogni caso – sia che si tratti dell’ennesima “profezia” dell’arte o di una riflessione a posteriori – questa installazione riesce a colpire perché costruita su un continuo gioco di opposti. Discreta ma rumorosa, forte ma elegante, minimale e allo stesso tempo eccessiva.E forse il suo limite sta proprio in questo estremo equilibrio, in questa messa in scena levigata e senza accidenti, che centra di sicuro l’obiettivo, ma non lascia segni.
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ancora la moro?? bastaaaaaaa!
Bell'articolo e bella mostra, invece.
direi che la recensione non lascia segni....