Finisce un’attesa lunga settanta anni, cominciata con il sogno dell’allora abate Ildefonso Schuster che auspicava la creazione di un luogo per la conservazione e la valorizzazione delle opere di proprietà di enti e istituzioni religiose.
Ha inizio una vera e propria storia collettiva, quasi da cantiere medievale, ed è affascinante ripercorrere i nodi di questo filo lungo il quale si sono andati allineando cardinali, progettisti, conservatori, restauratori, operai.
L’inaugurazione è stata una festa lunga una settimana: a segnare il carattere corale dell’utenza ogni giorno è stato dedicato a particolari categorie di utenti e tutti hanno così potuto ammirare la bellezza di questi spazi ridisegnati dagli architetti Lodovico e Alberico Belgiojoso e Luciano Patetta.
I restauri e l’allestimento di Antonio Piva hanno restituito “splendore” alle opere raccolte che si lasciano ammirare nelle pause cadenzate di quel ritmo “icastico” che contraddistingue il percorso.
La raccolta permanente ospita per il momento 400 opere, una ricchezza che si dona alla città con numerosi inediti. E’ grande merito infatti avere ricomposto collezioni in ambienti unitari e quindi finalmente leggibili nella loro interezza. Vediamo così la magnifica quadreria settecentesca delle tele provenienti dalla soppressa Arciconfraternita del Santissimo Sacramento, la collezione del cardinale Monti, severa e “teologicamente corretta”, la collezione dell’arcadico cardinale Pozzobonelli, quella del cardinale Federico Visconti o anche quella, curiosa, composta da 41 ritratti di vescovi, del cardinale Benedetto Erba Odescalchi. Ancora, qui si trova ormai la collezione più importante di Fondi Oro, con 40 dipinti di scuola toscana provenienti dalla donazione Alberto Crespi che risaltano nella semplicità dell’allestimento dell’arch. Giovanni Quadrio Curzio.
Una mostra temporanea poi accoglie dipinti, affreschi e oggetti liturgici provenienti dai più importanti musei milanesi, vero e proprio “omaggio al museo che nasce”. Fra questi svetta il capolavoro di Caravaggio, la Deposizione, sapientemente accostata per confronto con l’analogo tema svolto dal maestro del giovane Michelangelo Merisi, Simone Peterzano, che evidenzia quanto gli studi più recenti hanno chiarito sulle matrici “lombarde” della sua pittura. Si vede nel contempo anche lo scatto del grande maestro orientato verso una resa teatrale ed esistenziale insieme di un dramma che sarà rivisitato da David e “rubato” da Napoleone al tempo delle grandi requisizioni ma fortunatamente recuperata nel 1815.
In tutti questi percorsi lo spettatore è sorretto dall’ottimo catalogo e dalle generose didascalie che, finalmente, informano e conducono alla comprensione piena delle opere.
I numerosi sostenitori del nuovo Museo Diocesano danno la misura dell’affettuosa coralità di una Milano che si stringe intorno alla propria storia, alla propria identità, identità che, non a caso, verrà comunicata in forme opportune anche al pubblico straniero: un vero esempio di dià-lògos.
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