Damien Hirst (Bristol, 1965), uno dei più interessanti e noti esponenti dei “young British Artists” (“giovani artisti inglesi”: generazione affermatasi alla fine degli anni Ottanta, caratterizzata da un forte spirito indipendente e dissacratorio, e dalla capacità di autopromozione, che ha facilitato la loro affermazione sulla scena artistica internazionale e sul mercato), presenta per la prima volta il suo lavoro a Milano, con questa personale atipica dedicata all’Ultima Cena, uno dei temi più amati e frequentati dalla tradizione artistica Occidentale, il cui esempio più noto, al quale questa mostra fa idealmente omaggio, è rappresentato dal
Cenacolo Vinciano nel vicino refettorio di Santa Maria delle Grazie, situato proprio di fronte alla sede espositiva. Il lavoro di Hirst, pur alludendo esplicitamente a questa tematica, ne dà un’interpretazione
personalissima, dissacratoria ed ironica al tempo stesso. Ogni elemento di sacralità è bandito, così come qualsiasi riferimento alla storia e alla tradizione: l’artista ci offre delle vivande quotidiane – pollo, cipolla, fegato, pancetta, insalata e altro – ma in pillole, confezionate come fossero medicinali. La serie di tredici serigrafie, realizzate nel 1999 per la Paragon Press, rappresentano delle confezioni farmaceutiche – dalla grafica riconoscibile caratterizzata dalle forme e dai colori semplici – contenitori di queste vivande asettiche, artificiali, che affermando l’equazione cibo = medicina, creano un effetto straniante. Hirst focalizza così l’attenzione sugli alimenti, ormai sempre più artificiali, manipolati e modificati e pertanto sempre più simili ai farmaci (come non pensare ai cibi arricchiti di vitamine e proteine, alla manipolazione genetica e transgenica?) e a un modo di vita sempre più artefatto che caratterizza la
nostra contemporaneità.
Il tema dell’artificialità e della medicina è ricorrente nella sua opera. Ricordiamo “Pharmacy”, il ristorante londinese – nel quartiere di Notting Hill – il cui arredo interno è stato completamente progettato dall’artista (dagli scaffali colmi di medicinali, alla carta da parati – che rappresenta una composizione di pastiglie di tutte le forme, dimensioni e colori, ai sedili degli sgabelli fatti a guisa di pasticche di aspirina fino all’abbigliamento del personale, che indossa camici da chirurgo): un’opera ambientale dove l’abbinamento cibo – farmaco è il
motivo dominante. Quest’aspetto drammatico, che dall’idea di artificialità, di medicina arriva di conseguenza a toccare i temi della decadenza e della morte (il riferimento più eclatante è “Natural History” – il lavoro più provocatorio e controverso che lo ha reso popolare- la serie animali morti, conservati – interi o sezionati- in formaldeide dentro teche di vetro) non è unilaterale: in Hirst è presente al contempo una componente ironica, che
nasce dallo straniamento. Nel caso di “The Last Supper”, infatti, il cibo in pillole ci fa sorridere, ci riporta all’idea di alimenti futuribili, visti nei film o nei telefilm di fantascienza o letti sui romanzi della serie Urania. L’aspetto narrativo “pop” e “pulp” è ricorrente in tutta l’opera di Hirst, come ben rileva Marco Meneguzzo, nel saggio “L’ultima cena del capitano Kirk”. L’artista utilizza elementi popolari, quando non perfino kitsch, il potere evocativo e simbolico che rivestono nel nostro
immaginario insieme alle fonti culturalmente più alte e rielabora questo materiale eterogeneo, decontestualizzandolo attraverso le parole del titolo
o l’intervento formale. Ironia dissacratoria che rende il lavoro intrigante e ammiccante per lo spettatore. L’arte, per Hirst, permette di evidenziare punti di vista inediti della realtà e pertanto stimola a interrogarci su ciò che diamo per scontato: questa “Ultima Cena” è, in questo senso, esemplare.
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