Paolo Pelosini vive e lavora a New York, in Walker Street 40. Il suo studio è situato in un tipico loft al secondo piano di un edificio storico di Tribeca, un mondo denso di memorie e di emozioni.
Agli inizi degli anni ’70, lavora con l’arte concettuale e la pittura. Dopo 18 anni di intensa attività, c’è la svolta: l’incontro con la scultura.
Le sue opere, tormentate e complesse, sono quindi il risultato di un percorso poliedrico, maturato con l’esperienza di anni.
Il mezzo più usato dall’artista per plasmare la sua materia è l’accetta. Questo strumento non permette un lavoro di fino: più che accurati ritagli provoca rotture violente.
L’accetta è anche un mezzo che, per la sua agevolezza e immediatezza di impiego, avvicina i tempi di realizzazione dell’opera di scultura a quelli del disegno e della pittura.
L’artista italo – newyorkese, non a caso, si ispira al “Distruttivismo“, una corrente artistica che propone la demolizione di tutti i “neo“, i “trans” e i “post” perché dai loro rottami sorga sempre qualcosa di “imprevedibile” e “nuovo“.
Questo dato ci permette di capire meglio come lo scultore arriva a realizzare la propria opera: Paolo Pelosini raccoglie materiale di scarto, trovato per le strade di Manhattan – fiancate d’auto, contenitori rugginosi, ombrelli rotti, o come lui stesso li chiama “pietre locali” – e comincia a immaginare.I suoi momenti creativi sono come “materializzazioni di stati mentali, di stati d’animo” e i suoi lavori sembrano essere realizzati “quasi senza pensare“.
Le sue opere sono tutte senza titolo; questo sta ad indicare totale libertà di interpretazione, possibilità per ciascuno di noi di vedere, se solo lo si vuole, quanto di più bello la nostra sensibilità artistica ci suggerisce. Da ultimo vanno fatti alcuni accenni sull’uso del colore; trattandosi di “arte trovata” il pigmento è già nella materia; l’Artista non ha quindi bisogno di aggiungere nulla.
Probabilmente questa è la novità dell’opera di Pelosini: la sua capacità di ri-tagliare nuova forma, nuove libertà, di cogliere, in un certo momento creativo, l’invisibile movimento che ogni materia reca in sé.
Tullio Pacifici
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