La Venere dei porti (1919) è un’opera centrale nell’iter artistico sironiano. Si colloca come momento di transizione, nel quale si sintetizzano le esperienze futuriste e metafisiche (in particolare la
rielaborazione del tema della figura femminile e l’utilizzo del collage) e annuncia il tema del paesaggio urbano, che caratterizzerà la sua produzione successiva.
La figura femminile è un tema ricorrente, che l’artista elabora a partire dagli anni Dieci durante il periodo futurista. Le rielaborazioni del motivo della ballerina realizzate con la tecnica del collage, possono considerarsi
per affinità stilistiche, degli antecedenti diretti della figura della Venere (come evidenziano alcuni esempi presenti in mostra, in particolare Ballerina del 1918). Questi lavori si caratterizzano per la solidità formale e compositiva tipica del futurismo eterodosso di Sironi, più
orientato verso una costruzione solida e geometrica anziché verso il dinamismo, e, conseguentemente, orientato verso il cubismo – in particolare Léger – e le esperienze russe.
La figura femminile viene ripresa anche nel
successivo periodo metafisico, trasformandosi in manichino, di cui la Venere è una filiazione. Sironi continua a privilegiare la costruzione geometrica, la semplificazione e la solidità formale, prediligendo la
concretezza alle atmosfere spesanti e sospese della metafisica dechirichiana.
Lo sfondo e soprattutto il lato destro del quadro, raffigurante una strada e una casa in prospettiva sono un’anticipazione delle future indagini sulle periferie urbane. L’architettura diverrà un tema privilegiato da Sironi, proprio per il suo amore per la costruzione e la geometria.
Il soggetto della Venere non ritrae un personaggio reale ma simboleggia la donna che il marinaio trova in ogni porto, una figura ideale, simbolica, monumentale, che non ha nulla di romantico e riflette il paesaggio portuale
circostante, che rimanda alle periferie urbane industriali, con le loro atmosfere deserte.
L’opera è interessante anche sotto il profilo tecnico e operativo ed è il risultato di una lunga rielaborazione. Il collage, utilizzato da Sironi a partire dal periodo futurista, oggetto d’incessante sperimentazione, è
impiegato in funzione plastica e compositiva. La Venere è realizzata con frammenti di carte diverse: giornali, pagine di libri, carta da spolvero e cartoncino, incollati gli uni sugli altri in vari strati, sui quali l’artista è intervenuto a tempera con pennellate spesse, materiche, facendo uso di una gamma cromatica scura, ridotta al minimo, che ritroveremo anche nelle opere successive. I frammenti, in tre lingue, sono funzionali al tema: descrivono testi tecnici o d’economia di settore che richiamano l’idea del commercio. L’opera è realizzata su carta da spolvero poi intelaiata, un procedimento spesso utilizzato da Sironi.
Esami approfonditi, fotografie a luce radente e radiografie, hanno evidenziato sotto il collage e la pittura a tempera, tracce di una figura maschile, ipotizzando una precedente stesura, riutilizzata in seguito
dall’artista insoddisfatto della prima versione.
La Venere è esposta accanto a Il marinaio Fritz Müller da Pieschen, di Otto Dix. I due quadri, idealmente affiancati in un colloquio immaginario, quasi si corrispondessero in una narrazione fantastica, presentano parecchie affinità: oltre alla data di realizzazione (1919), alla corrispondenza tematica e alla tecnica, presentano un comune carattere “antigrazionso” tipico delle avanguardie, futurismo ed espressionismo in particolare.
Queste affinità pongono l’accento sull’apertura verso l’ambiente internazionale, sui contatti tra le avanguardie così come sulle reciproche contaminazioni.
Rossella Moratto
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