La casa, considerata come punto di riferimento nella relazione dell’individuo con lo spazio, è al centro della doppia personale di Francesco Simeti e Derek Rowleiei, il cui titolo, No place like home, ricorda la celebre frase che Dorothy Gale, sdraiata sul suo letto di casa, continua a ripetere dopo aver lasciato la magica terra di Oz. Lo spazio privato è qui inteso non solo come dimensione privilegiata dell’esperienza soggettiva, ma anche come luogo metaforico in cui non esistono barriere fisiche, ma esperienze di relazione tra l’io, l’altro e l’ambiente circostante.
Francesco Simeti (Palermo, 1969) presenta un’installazione, Rubble, che rivisita la House of cards (1952) di Charles e Ray Eames, ideata come gioco per bambini seppur destinato ad un vasto pubblico, mentre Rowleiei ne rievoca gli interni con la serie di chine su carta Rowleiei House-Living room. Se già Bruno Peinado (Montpellier, 1970), con Good Stuff II aveva rielaborato lo stesso lavoro degli Eames trasformandolo in un mondo fatto di immagini recuperate casualmente dalla vita quotidiana, Simeti modifica la struttura originaria, geometrica e minimale, dei due designer americani introducendo elementi dal forte impatto visivo ed emotivo. Si tratta di immagini di detriti, macerie e rovine, tratte dal fotogiornalismo, che l’artista decontestualizza per ricomporle in un ambiente progettato originariamente sulla base di una visione utopistica e positiva del mondo. Alla costruzione degli Eames si oppone così la decostruzione di Simeti. Anche se Rubble, in realtà, è un tentativo di creare qualcosa di nuovo, per ampliare la sfera di riflessione attraverso immagini continue e sempre diverse.
Derek Rowleiei (Korea, 1980), al contrario, presenta un’architettura privata dell’esperienza umana, evocando l’intimità domestica attraverso lavori delicati, piccole miniature che diventano frammenti di un percorso che si snoda tra personaggi reali e magici, legati da un filo conduttore segreto che attraversa idealmente tutta l’opera. Una dimensione poeticamente familiare che sembra fragile nella sua stessa dichiarazione d’esistenza: tutto si rimpicciolisce, giunge al limite del visibile, diventa elemento decorativo che permette, tuttavia, di scorgere ciò che si trova al di là della quotidianità. Gaston Bachelard sosteneva, infatti, che “tutti gli spazi abitati comunicano il concetto di casa, un sentimento che fornisce non solo un senso di protezione e rifugio, ma anche un ambiente con dei limiti percettibili…”. Per l’artista, la casa, quindi, non è più uno spazio fisico, ma il luogo dei sentimenti e della memoria, delle relazioni, degli eventi e delle esperienze, che vengono trasfigurati in una dimensione fantastica.
Lo spazio domestico, lungi dall’essere una questione esclusivamente privata, un luogo di vita individuale, si mostra come una rete di relazioni, scambi e contaminazioni che ne amplificano il valore.
veronica pirola
mostra visitata il 27 marzo 2007
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