Se nel 1989 Orlan con L’origine de la guerre aveva già rivisitato paradossalmente L’origine du monde di Courbet sostituendo l’originario corpo femminile con quello maschile, Saverio Chiappalone (Sanremo, 1966) omaggia il pioniere del Realismo riproponendo il tema del nudo femminile in versione fotografica. E conservando, per il suo scatto in bianco e nero, il medesimo titolo. L’origine du monde di Chiappalone diventa così non solo il punto di riferimento per La fine del mondo, una raccolta di fotografie scattate tra il 2005 e il 2007, ma si propone anche come la conclusione ideale di un percorso iniziato a metà Ottocento e rivolto alla rappresentazione classica del nudo. Un nudo che è anche “natura e paesaggio, è fiore e frutta, è sesso e roccia, è sabbia e acqua”, poiché l’artista “non racconta niente della donna e né fa perdere le forme nell’assoluta anonimia degli elementi. Non offre al nostro sguardo nulla che non possa appartenere al vissuto di ciascuno”.
Il corpo femminile, esaltato nei suoi particolari attraverso il chiaroscuro e la suggestione del bianco e nero, è inquadrato in modo da non mostrare mai il viso della modella a cui appartiene, come se l’artista volesse proteggere i suoi soggetti dallo sguardo voyeuristico degli spettatori, rafforzando così quella diffusa empatia creata anche quando i protagonisti delle sue immagini sono elementi appartenenti al mondo naturale. Le piante, i fiori, le rocce liguri e le onde del mare, in realtà, si trasformano in simboli che rappresentano la donna: la differenza tra il corpo umano e il corpo della Natura viene annullata quando la natura diviene forza poetica, un luogo di antica memoria e di vitale energia di cui Chiappalone restituisce un equivalente sensibile e corporeo.
Per l’artista, quindi, i corpi umani e la natura si compenetrano idealmente a vicenda, tanto che il pubblico, guardando alcune fotografie, tra cui quelle appartenenti alle serie purezza o cose che dimentico, finisce per confondere “le curve e le dune, la pelle e le rocce, le ostriche e le vagine, le gambe accavallate e le foglie delle kenzie, piccoli tatuaggi e piante rampicanti, glutei e caverne, capelli al vento e vento”. La bellezza formale e la chiarezza narrativa della composizione, inoltre, accentuano i giochi di ombre e linee, la perfezione dinamica delle pose e l’armonia delle forme del corpo femminile e degli elementi naturali. Il pubblico si trova proiettato in una dimensione temporale sospesa forse per un tempo infinito, in cui può percepire costantemente la raffinata sensibilità concettuale dell’artista che guarda alla fotografia classica del Novecento, da Edward Weston a Bill Brandt, da Man Ray a Paul Outerbridge. A differenza della fotografia glamour e fashion delle riviste di moda più affermate, senza indugiare in toni provocatoriamente trasgressivi o grotteschi, Chiappalone, infatti, preferisce una sobria ed elegante rappresentazione della donna, il cui corpo diviene sublime territorio di riflessione.
veronica pirola
mostra visitata il 5 maggio 2007
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