Presentare le ricerche dei giovani artisti gallesi, un panorama ancora poco conosciuto ma di promettenti sviluppi: è questo l’obiettivo che si pone la mostra allestita all’Openspace, lo spazio-laboratorio del comune di Milano.
L’esposizione – coordinata da Roberto Pinto, in collaborazione con il British Council – presenta i lavori di ben diciassette artisti con altrettante opere, che sono testimoni della fervida realtà artistica che si è sviluppata nella regione del Galles e mostrano così un’ambiente artistico che non ha nulla da invidiare alla vicina Londra, considerata sempre più spesso la culla dell’arte contemporanea.
In mostra opere fotografiche, installazioni, ma soprattutto video che costituiscono ben la metà dei lavori esposti, confermando l’ormai dilagante presenza della videoarte come mezzo prediletto da molti artisti dell’ultima generazione.
Pur nella diversità delle ricerche, le opere di questi giovani si muovono su di una dimensione umana. Senza lasciarsi sedurre dalle possibilità tecniche offerte dal mezzo, indagano il reale partendo da se stessi, dalla propria esperienza, dalla dimensione privata che caratterizza la vita quotidiana.
Con tono ironico, Paul Granjon realizza brevi sketch atti a decontestualizzare e porre in ridicolo oggetti e cibi di uso comune, mentre l’ambiente domestico fa da protagonista nelle opere di Keith Hardwick – a mio avviso il lavoro più accattivante presente in mostra – e di Vittoria Tilloston. Il primo, utilizzando abilmente trucchi percettivi, ci conduce all’interno di una stanza della quale possiamo avere una visione a 360 gradi, un ambiente domestico, come afferma l’artista, che diventa momento d’indagine dall’esistenza umana.
Il video della Tilloston, invece, compie un ribaltamento del comune punto di vista. Concentrandosi sulle azioni di una piccola cavia, costretta in una sfera trasparente, sottolinea come lo spazio per noi quotidiano può arrivare a dominare l’animaletto o chi per esso.
Jennie Savane trasforma oggetti comuni, come una finestra, in immagini dalle qualità pittoriche definendo così una realtà che va al di là dell’abituale visione dell’oggetto, mentre Louise Adlam ci presenta un corto metraggio a 8 mm, immagine vuote testimoni di un tempo passato, un nostalgico ricordo di momenti passati.
Il percorso espositivo continua con altrettante opere, le quali però, a mio avviso, soffrono del ridotto spazio che le ospita e di un non felice allestimento che trascura troppi dettagli.
Elena Arosio
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