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fino al 20.V.2008 | Signs | Milano, Glenda Cinquegrana

di - 12 Maggio 2008
L’espressione di un cambiamento d’aspetto è l’espressione di una nuova percezione e al tempo stesso del non-cambiamento della percezione, sosteneva Wittengstein. Come se, a un certo punto, nel mistero logico della visione si aprisse una crepa, una spaccatura, una cortina che facesse vedere per poi nascondere. Si tratta della separazione fra soggetto e oggetto. Una divisione che diventa tanto reale quanto illusoria. Vera perché nel mondo cognitivo serve per esprimere la vera separazione, la dicotomia della condizione umana in rapporto al mondo. Falsa perché la separazione che ne risulta non può essere bloccata e trasformata magicamente in una dimensione senza cambiamenti.
Questa contraddizione riguardante la separazione tra soggetto e oggetto è imposta dall’apprendimento. Sebbene le relazioni che legano i due poli non siano univoche e non possano restituirli come enti nettamente separati; l’oggetto dal soggetto e, ancor di più (in modi diversi), il soggetto dall’oggetto. Una volta diviso radicalmente dall’oggetto, il soggetto lo riduce a materia, poi il soggetto ingoia l’oggetto, dimenticandosi di quanto se stesso sia oggetto.
Fare arte per chi è “streeter” è un resoconto di questi bilanciamenti, piuttosto che un’espressione vera e propria. Le immagini diventano irrequietamente instabili mischiando il soggetto-artista con l’oggetto-tecnica, l’estetica compositiva che diventa il referente simbolico con il reale. Dunque, cogliere l’aspetto esteriore dell’opera e rintracciarvi le differenze dall’immagine verosimile che ci si aspettava diventa per l’osservatore un vero rito.

Ogni opera riprodotta in Signs non riguarda solo il guardare ma soprattutto l’esser guardati. La certezza di questo fatto non fa parte del tipo di rapporto che gli artisti vogliono instaurare con le immagini e gli oggetti. Come un sogno a occhi aperti, il loro lavoro (si vedano le combo di Abbominevole e i dipinti di 108) sfida lo spettatore a lasciarsi andare a proseguire un’esperienza fin dove essa può portare.
Nel caso di Michael Rotondi e Nicola Di Caprio, le immagini (simulacri di una parola usata per cambiare) portano al riconoscimento, all’intimità o anche soltanto al dominio affascinante di un momento e di un luogo infranto nel reale e per questo sospeso, incenerito, frantumato.
Gran parte del dono e del talento di questi artisti deriva dalla loro capacità di attingere alla propria esperienza (si vedano i collage grafici di Bartolomeo Migliore), per definizione unica e personale, e di renderla condivisibile attraverso un’immagine o, meglio, un segno.

All’interno di Signs, di questa collettiva che non ha più oggetti se non dei residui di strada e degli stralci d’espressione artistica tradizionale, i soggetti varcano e superano i confini che dovrebbero inquadrare immagini; proprio come i legami che uniscono soggetto e oggetto subiscono inevitabilmente uno slittamento, per non dire un collasso totale, a causa delle conversazioni di tag e scritte, interne e trasversali, attivate nei loro lavori.

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ginevra bria
mostra visitata il 28 aprile 2008


dal 2 aprile al 20 maggio 2008
Signs
Glenda Cinquegrana Art Consulting – The Studio
Via Franceco Sforza, 49 (zona Porta Romana) – 20122 Milano
Orario: da martedì a sabato ore 11-19.30 su appuntamento
Ingresso libero
Info: tel. +39 0289695586; info@glendacinquegrana.com; www.glendacinquegrana.com

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  • se rotondi è una delle scoperte migliori di quaroni immaginiamo un pò gli altri... ma che c'è un fan club di quaroni oppure sono sempre gli stessi fanatici sotto falso nome?

  • bella mostra!
    Fatta bene ,pulita
    e Rotondi è una delle migliori scoperte di Quaroni e per la mostra ha fatto un installazione molto personale ed intima!
    Complimenti comunque al lavoro di tutti gli artisti presenti a Signs e al loro percorso.
    La galleria è da tenere d'occhio

  • ..e tu fai parte degli sfigati di turno che possono solo prendersi magre soddisfazioni scrivendo commenti come questo.
    Come mai appena qualcuno commenta positivamente una mostra o un giovane artista ci deve essere qualcuno che automaticamente la deve minimizzare o anche peggio solamente per il gusto di offendere?

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