“Ghosty è una parola che non esiste. Volevo evocare un’atmosfera, più che stabilire il tema dell’esposizione. Se avessi chiamato la rassegna Ghost o ghostly, utilizzando le parole correttamente, mi sarebbe sembrato di aver compresso l’idea all’interno di una forma prestabilita, che avrebbe previsto il coinvolgimento di tutti gli artisti che hanno lavorato sul concetto di fantasmatico. La mia intenzione, invece, era di chiamarne solo alcuni, nei cui lavori ci fossero il mistero, molteplici possibilità interpretative ed il piacere di potersi appropriare della storia raccontata”. Con queste parole, Gigiotto del Vecchio presenta la mostra attualmente in corso alla Galleria 1000Eventi di Milano.
Il percorso espositivo principia con “Hotel Arena Room 50” (2001) del tedesco Joerg Wagner. Si tratta di una ricostruzione in scala 1:1 di una camera d’albergo. Ciò che si vede è una grande struttura bianca, simile ad una tenda da campeggio, al cui interno compaiono delle ombre blu: l’impressione su carta fotosensibile degli oggetti presenti nella stanza.
Accanto a questa imponente installazione, si trova un video di John Pilson, dal titolo “Things in space” (1999). L’artista, unico americano in mostra, intende così farci meditare sull’alienazione nei posti di lavoro ipertecnologizzati, in cui sembra essersi persa del tutto la possibilità di fantasticare e dove ti piacerebbe che una situazione insolita spezzasse il solito “tran tran quotidiano”.
Sempre nella stessa sala, si trova poi il dittico “Radio Gosty” (2001) di Gabriele De Matteo, la cui produzione è una riflessione sulla perfetta riproducibilità dell’opera d’arte, realizzata non con la tecnica, ma con un lavoro manuale, attento alla perfetta imitazione di ogni minimo particolare.
Nello spazio attiguo, ci accoglie, invece, Tim Knowles con “The medium size glass” (2000). A creare i suoi disegni, omaggi a Pollock, è il fato: un pennino attaccato ad un palloncino e sistemato su una gabbia, su cui poggia un vetro, viene mosso dal vento e lascia dei segni spontanei, misteriosi ed irripetibili. Alla casualità di questo inchiostro si contrappone l’articolato e studiato lavoro di Charles Avery. Nel trittico (2000) in mostra, l’artista londinese narra – come spiega Gigiotto del Vecchio – “la storia di uno scheletro che diventa una sorta di icona da venerare”, partendo da un testo letterario di suo conio.
Completano l’esposizione due fotografie a colori di Marcello Simeone: “Sunday Morning” (1998) e “Crashed star” (1998).
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