Dopo cinque anni Eva Marisaldi torna alla Galleria Minini per presentare i suoi nuovi lavori, ispirati ad un viaggio in Madagascar. Sebbene il richiamo a quest’esperienza sia evidente e voluto, le opere in mostra non sono un “diario di bordo”, un resoconto in presa diretta del viaggio, ma una narrazione intimistica in cui ogni evento registrato è stato trasfigurato dalla sensibilità dell’artista.
Non bisogna lasciarsi ingannare neppure dall’apparenza documentaristica delle fotografie acquatiche. Il pesciolino che abbocca all’obiettivo della Marisaldi non ha niente da spartire con le specie dai colori sgargianti e dalle forme estrose che si vedono nei reportage… è un pesce sconosciuto, sfuggito al grande occhio classificatorio della scienza ma non allo sguardo dell’artista, allenato a cogliere la poesia delle piccole cose.
Lo stesso approccio al mondo ispira il video Music for chamaleons. Se le riprese ravvicinate dei camaleonti monopolizzano inizialmente l’attenzione dello spettatore, relegando la melodia a un piacevole sottofondo, l’allargamento improvviso
Partita da un contatto ravvicinato con la natura rigogliosa, la riflessione dell’artista si estende anche a considerazioni sulle difficili condizioni di vita per la popolazione del Madagascar. Questa dimensione più dolorosa della scoperta si trova nei disegni, realizzati a china e poi fotocopiati e fermati a terra con dei sassi, secondo una procedura che non corrisponde a un espediente tecnico ma alla messa in atto di un rituale. Conferendo sacralità al ricordo, Marisaldi rievoca così i gesti di un ambulante malgascio, intento a fermare con dei sassolini i testi fotocopiati di alcune canzoni inglesi che si accingeva a vendere. Nella trasposizione dell’artista i testi delle canzoni sono stati sostituiti dai disegni che raffigurano scene tradizionali, come la seduta all’interno di una pagoda, scorci di desolazione, baracche fatiscenti che si apprestano a fagocitare i miserabili resti dell’architettura coloniale.
Nonostante questo capitolo crudo e a dispetto del titolo della mostra (No hope, un chiaro riferimento all’incerta situazione socio-economica del Madagascar), il lavoro
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mostra visitata il 31 gennaio 2004
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