Bellezza, tema portante della mostra, termine essenziale e di sicuro richiamo per la sensibilità umana di ogni epoca. Parola riduttiva tuttavia per presentare un ideale, uno stile di vita che varca i confini della fisicità. Attraverso la scoperta dei saperi retrostanti ad ogni ingrediente ed alle tecniche produttive di profumi, creme ed oli, emerge un quadro complesso, all’interno del quale la donna egiziana riveste più ruoli, dalla regina alla sacerdotessa, dalla moglie all’amante, senza mai spogliarsi di fascino e personalità. I cosmetici descritti, e in alcuni casi ricreati da Aboca secondo antiche ricette rinvenute sui papiri, avvicinano e deliziano il visitatore, offrendogli una completa esperienza sensoriale. Rimedi e composti possono rispondere ad esigenze attuali come la ricrescita dei capelli, la depilazione, la cura delle rughe, oppure risultare totalmente estranei al nostro immaginario. Se pare assurda ai fini della profumazione l’usanza di portare sulla testa un cono di grasso profumato che si sciolga col calore e coli sulle vesti, la sua interpretazione come simbolo e promessa di sopravvivenza e rinascita fa deporre l’espressione di disgusto a favore di un interessato stupore. È proprio per lo stretto legame con l’ultrasensibile che la cosmesi egizia porta ad abbandonare la prospettiva materialistica che domina il moderno culto dell’apparenza, per farci entrare in un sistema di corrispondenze fra terreno e trascendente, fra pratiche umane e riflessi divini.
Nefertum, dio dei profumi, ritenuto tramite della comunicazione con Ra, Sole, accoglie il visitatore all’ingresso del percorso espositivo. Fra creme ed unguenti si incontra poi Sobek, dio della fertilità, dalle sembianze di coccodrillo che lo collegano al Nilo, dispensatore di limo prezioso per le culture.
Tale risvolto pratico si riflette nella cura del corpo, al quale il grasso del temuto abitante acquatico –ma anche di toro, oca, ippopotamo, serpente– era ritenuto trasferire forza ed energia vitale. Neppure di fronte alla morte si arresta la laboriosa ricerca della bellezza, raggiunge anzi la sua più alta realizzazione con la pratica dell’imbalsamazione. Una lotta eterna al decadimento corporeo: non narcisismo portato allo stremo, ma ospitale disposizione alla venuta di un’anima pura e immortale.
Una mostra non ricca di reperti, ma che rende familiare un passato quasi mitico. Senza irrealistiche rinunce alla vanità, un esempio millenario per confermare ancora oggi l’unione di sacralità e bellezza.
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anita fumagalli
mostra visitata il 20 febbraio 2007
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