Beatrice Gelmetti - La Ruggine non dorme mai
Nel 1909, nel suo L’Enchanteur pourissant, Guillaume Apollinaire scriveva: «Ci vorrà parecchio tempo perché la terra produca degli incantatori, ma i tempi degli incantatori torneranno». Ecco, io credo che, nonostante il fascino di questa frase, Apollinaire in fondo si sbagliasse: la terra non ha mai smesso di produrre incantatori e profeti. Infatti, che cos’altro sono gli artisti, se non questo? E proprio per questa loro capacità di affascinare, cogliendo elementi essenziali del nostro stare al mondo, essi vanno ascoltati attentamente, con dedizione: potremmo imparare qualcosa di prezioso.
Sorge, dunque, spontanea la domanda: che cosa stanno cercando di dirci ora gli artisti? Che cosa, esattamente, dovremmo ascoltare? Certo, un’unica, incontrovertibile risposta a questo quesito non c’è, ma sicuramente può tornare utile fermarsi a riflettere su quelli che sono per loro i temi più pressanti. E, nelle molte mostre ed eventi che hanno affollato Venezia negli ultimi mesi, sembra di cogliere un soggetto che ritorna sempre più spesso, in maniera quasi ossessiva: quello del tempo. Il tempo passato della tradizione, quello futuro dell’incertezza, l’attesa, la memoria e il tempo della frenesia: in un modo o nell’altro, Chronos si fa prepotente e riempie tele e sale espositive.
Anche la nuova personale di Beatrice Gelmetti (Verona, 1991) si inserisce in questo fitto panorama artistico. La sua mostra La ruggine non dorme mai, visitabile fino al prossimo 9 novembre presso Marina Bastianello Gallery, si propone, infatti, come un’acuta riflessione sui temi del cambiamento, della memoria e sul tempo che necessitiamo per apprezzare a pieno ciò che abbiamo davanti ai nostri occhi.
Come per la formazione della ruggine, infatti, per i dipinti della Gelmetti c’è bisogno di un certo processo di ossidazione. Ovvero: fermarsi un attimo, riempirsi i polmoni d’aria e semplicemente lasciarsi sommergere dalla pittura. Queste opere, in bilico tra l’astrattismo e il figurativo, necessitano di pazienza per essere digerite a pieno. Le figure, infatti, sembrano nascondersi tra gli strati di colore, ci chiedono di essere trovate e identificate, ma al tempo stesso si annullano nella cromia pura. Così, tra le macchie di pigmento spuntano fiori, volti, spilli lucenti, una farfalla dalle ali spezzate e dei fianchi di donna, morbidi. Queste immagini si sciolgono l’una nell’altra, senza mai definirsi completamente.
Tali lavori segnano anche una nuova fase nella poetica della Gelmetti: un cambiamento profondo nel suo modo di approcciare la tela dato anche – come lei stessa spiega – dal fatto di trovarsi in dolce attesa. Ad essi vengono però affiancate anche produzioni precedenti alla scoperta della gravidanza, come Intermezzo (2024), un olio su tela di quasi tre metri d’altezza. Per quest’opera, l’artista parte dalla figura di un bambinetto che urina indisturbato e va poi a creare una sorta di cascata, dove le varie tonalità si fondono e si respingono senza sosta.
Così, dunque, le diverse fasi della vita di Beatrice si affiancano e si rincorrono in questa esposizione, andando a creare un cortocircuito temporale, un flusso in costante movimento e cambiamento. Come scrive Liggieri nel testo critico che accompagna la mostra: «Proprio come la ruggine, l’arte di Beatrice Gelmetti è una testimonianza della resilienza umana. Le sue opere ci ricordano che anche nei momenti di decadimento e incertezza, c’è sempre spazio per la trasformazione e la rinascita».
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