Giuditta Branconi, Cannon Fodder, exhibition view Collezione Maramotti, Reggio Emilia © Giuditta Branconi Courtesy the artist; L.U.P.O Gallery, Milan Ph. Dario Lasagni
L’arte di Giuditta Branconi (1998, Sant’Omero, Teramo) è rielaborazione, appropriazione, fatto pertinente che si genera dal confronto costante con un’immagine, o una parola, e lo stilema pittorico. Un’arte estremamente compositiva, ricercata, perfino strutturata, la quale, tuttavia, prende forma là dove forma non c’è. Ovvero dal nucleo caotico di un malessere di corpi o materie visibili sacrificabili. Uno sparo di cannone, o come meglio suggerisce il titolo della sua mostra personale – esposta fino al prossimo 26 luglio 2026 presso la Collezione Maramotti di Reggio Emilia – Cannon Fodder, ossia “carne da cannone”. Espressione che indica un rimescolamento, macinato di più cose diversissime tra loro.
Cultura alta e cultura popolare, frasi e parole dipinte in negativo sul retro del supporto in lino. Citazioni che coesistono con il disegno floreale, la traccia di personaggi cartoon dell’infanzia. Fusioni e rigetti “sparati” sulla tela, e, ciononostante, posati e per nulla veloci. Colpi istintivi che si mimetizzano nell’insieme quadro. La scritta consapevole, reattiva, ma per nulla evocativa di un massacro. Le scritte in lingue diverse, l’arabesco e l’arte asiatica, l’incisione e l’arte per bambini. Elementi che la pittrice è brava a nascondere o, per meglio dire, a far sì che ognuno di essi sia per se stesso un segno pittorico e affatto dichiaratamente istruttivo. La parola non è tale, ma è imprinting di colore nel contesto dipinto. Il caos militare è sovvertito, regredito allo scopo ultimo del suo esistere, cioè l’accordo, la contesa, l’equilibrio finale del mezzo artistico che desidera mostrarsi in tutta la sua difforme concordia. Immagini, parole e simboli che costituiscono l’unitotalità estetica del visibile, unico e inseparabile.
L’insieme è, dunque, delicato, amorevole e perturbante come già dice il nome delle opere, tutte datate tra il 2025 e il 2026: Mi ricordavo più felice di così; C’est la panik sur le Périphérik; Danza e poi viene a prenderti (corri bambina). Gli estratti di letteratura, di fumetti, di giornali, le canzoni, la messagistica istantanea coabitano con il fiabesco e il simbolico. Sono sintesi con cuori e catene, scene di caccia, nuvole, volti, stelle, numeri, lettere, fiori, uccellini, scheletri e farfalle. “Media-evo fantastico” che riprende le teorie dello storico dell’arte Jurgis Baltrušaitis e la vitalità dell’arte gotica medievale. Horror vacui dove nulla è lasciato e tutto diviene pittorico. La narrazione di un flusso di pensieri che diviene flusso estetico. Se seguissi le molliche di pane (non torneresti qui mai più) è, perciò, una struttura portante di legno.
Tre quadri la compongono e una pedana per essere visitabile. Le tele si mostrano davanti e dietro, sopra e sotto per un’osservazione che si fa ancora meno analitica e tutt’altro che filologica. Ci si perde tra le figure e le immagini, quasi a ricordo de La Lanterna Magica (1995) di Sigmar Polke. La storia e le storie, le vicende e il flusso, i simboli e i cartoni si vedono in negativo e in positivo. Il colore cambia, accenna alla sua mescolanza sul supporto impregnato della scritta-colore e mostra le differenze tra il recto e il verso. Uniti anch’essi pur nella differenza. Ancora una volta la pittura che, mettendo in scena altro, mette in scena se stessa.
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