Categorie: Mostre

«L’arte va fatta persistentemente e di continuo». Zehra Doğan al MACC di Calasetta

di - 5 Settembre 2025

Quanto possono essere lunghi i capelli di una donna? Neri come la pece, come i suoi occhi, i capelli di Zehra Doğan cadono lunghi, lunghissimi, fino a sfiorare la terra. Lunghi quanto si può farli crescere, quanto basta per bilanciare le migliaia di capelli che ancora oggi vengono tagliati, coperti, negati contro il volere di chi li porta. I capelli di Doğan scelgono di vedere la luce del sole, la polvere della prigione, il vento che li scompiglia. Alcune ciocche le sfiorano il viso per un istante, ma subito lo lasciano tornare a splendere, sotto il sole cocente della sua terra, il Kurdistan, che Doğan ha dovuto lasciare dopo due anni e nove mesi di prigionia tra le carceri di Mardin/Diyarbakır e Tarsus.

Sin da bambina ha imparato che larte non era soltanto espressione creativa, ma identità, azione sociale e politica: un modo per tramandare le antiche tradizioni del suo paese, raggiungere un pubblico vasto, sensibilizzarlo in merito alla questione curda.

Fondazione MACC, Zehra Dogan. Light and fight, installation view. Foto di Margherita Villani

«Unazione da fare persistentemente e di continuo» – come ha raccontato in una recente intervista su exibart. E con la stessa persistenza e determinazione Doğan affronta, nella performance Force Counterforce (2021), la sagoma di un carro armato: nel video, proiettato nella seconda sala della Fondazione MACC a Calasetta: i suoi capelli lunghi, incastrati nel cannone del carro, diventano simbolo di lotta contro loppressione.

Nella prima sala della Fondazione, arazzi coloratissimi popolano le pareti. Donne dagli occhi grandi e lucenti, metà umane e metà animali, vi si muovono sinuose: hanno imparato dai serpenti larte del silenzio e dellastuzia per costruire legioni armate. Doğan ricorda che già dagli anni Novanta nacque il primo esercito curdo interamente femminile. Lunghi, come sempre, i capelli di queste donne-dee volteggiano eterei insieme ai loro corpi, fluttuando sulle trame dei tappeti e delle tele. Alla base dellinvito della Fondazione MACC a ospitare lartista in Sardegna giaceva un vivo interesse di intrecciare larte contemporanea con lantica tradizione tessile isolana. Durante la sua residenza, grazie alla collaborazione con artigiane e tessitrici locali, Doğan ha trasformato i tappeti tradizionali in opere darte che raccontano storie di culture, resistenze e comunità. Un incontro di linguaggi che, come sottolinea la curatrice Valentina Lixi, assieme al direttore onorario Efisio Carbone, «richiama alla mente la prigionia del corregionale Antonio Gramsci: una prigionia anchessa feconda, dove il pensiero e la scrittura hanno saputo resistere alle privazioni».

Fondazione MACC, Zehra Dogan. Light and fight, installation view. Foto di Margherita Villani

Così anche Doğan, nei suoi anni di reclusione, continuò a creare. In Hews (Courtyard) (2018), una donna nuda, di un rosa acceso, giace distesa sul pavimento grigio e asettico della cella. Il corpo sensuale, formoso, il seno prosperoso, i capelli lunghi e abbandonati a terra: elementi che, in quel contesto ostile, diventano atti di resistenza. Mantenere femminilità e profondità di sé di fronte ai militari significa opporre un gesto politico e intimo insieme. In alto, un pavone – tracciato anchesso in rosa – si protende verso il filo spinato del cortile, come a volerlo oltrepassare. Simbolo di libertà e di speranza, ma anche allegoria di sé stessa: il pavone, nel sufismo, rappresenta la bellezza divina, la luce che si manifesta, ma anche lanima che, pur imprigionata, desidera elevarsi oltre i confini terreni. Nel Kurdistan, dove il sufismo ha radici profonde, questa immagine assume un valore mistico oltre che personale.

Molte delle opere di Doğan sono riuscite a evadere dal carcere grazie a stratagemmi e a una fitta rete di solidarietà femminile: la madre le nascondeva tra i panni sporchi da lavare, oppure le camuffava da abiti e gonne, cucendo merletti agli orli per mascherarle; ne è un esempio Jinen Li Hember (The Women in the Courtyard) (2018), dove sono rappresentate tre donne mentre fumano nel cortile del carcere. E proprio grazie alle compagne di prigionia che le procuravano materiali con cui dipingere, e alla madre, a questa silenziosa ma incessante resistenza femminista, che Zehra Doğan ha potuto proseguire la sua persistente e continua lotta.

Fondazione MACC, Zehra Dogan. Light and fight, installation view. Foto di Margherita Villani

Articoli recenti

  • Mostre

A Venezia, una collettiva rilegge l’eredità di Brancusi in una palazzina firmata Scarpa

Galerie Negropontes inaugura la sua stagione veneziana con un’esposizione che celebra l'opera di Constantin Brancusi dentro uno dei capolavori di…

2 Aprile 2026 0:02
  • Arte contemporanea

Leggere Beirut tra le rovine: memoria, rivolta e bellezza nell’arte contemporanea libanese

Beirut al centro della mostra Shifting Crossroads | Beirut Contemporary. Undici artisti ne restituiscono fratture, memorie e trasformazioni: a Milano,…

1 Aprile 2026 20:46
  • Mostre

Nella pittura di Gulistan le immagini fioriscono come in un giardino

Memorie, simboli e stratificazioni culturali tra Oriente e Occidente attraversano la pittura di Gulistan: le opere dell'artista cinese sono in…

1 Aprile 2026 20:31
  • Fotografia

Fondazione Alinari, due sedi per il futuro: museo a Firenze e archivio a Montecatini

La Fondazione Alinari ha annunciato il nuovo museo a Firenze: apertura prevista nel 2029 nel complesso di Santa Maria Novella.…

1 Aprile 2026 17:23
  • Mercato

Due Monet riemergono dopo un secolo, e vanno all’asta da Sotheby’s Parigi

Invisibili per decenni, rivelati nell’anno del centenario. Così la major annuncia la riscoperta (e la vendita) di due lavori cruciali…

1 Aprile 2026 16:19
  • Attualità

Padel alla Reggia di Caserta, il Guggenheim diventa un resort: i Pesci d’Aprile della cultura

Dalla Reggia di Caserta alla Guggenheim di Venezia, passando per le Gallerie degli Uffizi, il mondo dell’arte celebra il pesce…

1 Aprile 2026 14:30