Miniartextil 34, exhibition view, Palazzo del Broletto, Como, 2025, ph. Carlo Pozzoni
La tessitura è un filo che unisce. Rompe la campitura di una tela, ad esempio, per renderla disegno o traccia: filo che si annoda con altro filo nel solco di una forma che ribadisce la propria esistenza. Tessere è pertanto un moto che viaggia a tu per tu con l’arte e la sua storia. Noti sono i telai di Maria Lai, o le più provocanti installazioni di Goshka Makuga. Quasi impercettibile era, invece, il filo entro le dinamiche minimaliste di Fred Sandback, come in alcune performance di Anna Maria Maiolino.
Il filo è dunque il risvolto di un’azione che ripara, che chiude il vuoto di uno strappo inatteso. Tratta dell’unione ristabilita, alla volta di una distanza che non cede alla solitudine, ma che fa del desiderio di una singola vita la possibilità, in corso, di un legame forse più stabile con l’intorno e le sue circostanze storiche e immediate. Miniartextil 34, la trentaquattresima edizione della mostra internazionale dedicata alla fiber art, è più di una kermesse che scuote il turismo. Vola invece sulle tracce di una tradizione propria verso il centro nodale del territorio. Lo racconta a suo modo, mediante l’opera di sessantotto artisti internazionali (54 minitessili e 14 grandi opere) che, oltre a mettere in luce le proprie pratiche, rendono vivace la cultura intrinseca della città di Como che li ospita.
La mostra curata da Sergio Gaddi, Chiara Ghizzoni e Mimmo Totaro, riesce così a eludere l’estetismo di una perfetta trovata, per cogliere invece il cuore della questione. Poiché non si tratta di sedurre, ma di rendere visibile l’intimo anelito che l’arte, ma con essa la vita stessa di ogni persona, è ed esprime. Eterno desiderio, così titola la corrente edizione della mostra, come una “presenza costante, che cambia forma ma non scompare”, affermano. Un “desiderio che può nascere dalla mancanza o dalla speranza. Può essere dolce o difficile da raccontare”, come necessità, come bisogno che comunica “la voglia di andare oltre i confini individuali, la ricerca di senso”.
Difficile sarebbe dedicare qualche parola a ogni singolo artista presente in mostra. Vale, tuttavia, quel virgulto di unità che si mantiene visibile nella sala di Palazzo del Broletto (ingresso: intero 7 euro; ridotto 5 euro) dove la disposizione ordinata dell’intero lascia spazio alle singole opere. La mostra è quindi contesto, luogo e necessità, innanzitutto. Dalle decontestualizzazioni quasi barocche che sottendono la criticità tutta contemporanea dell’oggetto d’uso di Joana Vasconcelos, parigina classe 1971, (Pasticcino, 2021) ai sei chilometri di filo che compongono Caskade (v.1) (2023) di Katharina Lehmann (Siberia Occidentale, 1984) quel che si mette in gioco valica la crisi, tende al possibile di una novità che si muove tra i vertici sempre più labili dell’esuberanza odierna a buon mercato e la delicatezza di un broccato che esce dal tempo e ritrova l’eleganza di un gesto unico e non così semplice. Nel metodo è di fatto il rigore di una forma, la sua trasformazione che da materia prima entra nella visione di una poetica, oppure ne è libera espressione. Gli arazzi di Hiva Alizadeh (Kerman, Iran, 1989) trovano radice nella cultura di Persia (ciclo Nomad Chants, 2019), mentre Kela Cremaschi (Mendoza, 1940), argentina che vive e lavora a Como, entra nel possibile della manualità attraverso la filatura della carta pesta per essere di seguito ricucita (Los Heraldos Negros, 2005). Quale sia il senso? Il lavoro stesso è di fatto il senso, come provocazione univoca da un lato e dinamica dell’artigianale che arricchisce la poetica entrando nella storia, anche la più semplice, del quotidiano.
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