Lygia Clark, Cabeça Coletiva [Tête collective], 1969. Performance à Paris, 1975. Photo: Alécio de Andrade © Associação Cultural O Mundo de Lygia Clark
La ricerca di Lygia Clark prende piede nel Brasile degli anni Cinquanta in pieno boom, quando Rio de Janeiro cresce senza sosta, attirando architetti, artisti e scrittori intenzionati a trovare un linguaggio capace di restituire l’energia di un paese in espansione. L’architettura modernista di Oscar Niemeyer (1907–2012) e Lúcio Costa (1902–1998) immagina nuovi modi di abitare la città e introduce un’idea di spazio fluido e aperto mentre le arti visive assorbono le avanguardie europee e nordamericane e tentano di trasformarle in una voce autonoma che non ripeta modelli esterni. A San Paolo il gruppo concreto, nato nel 1952 intorno alla rivista Ruptura e alla mostra Grupo Ruptura del Museo di Arte Moderna, sostiene un’arte basata su regole razionali, costruita con forme geometriche e organizzata secondo principi vicini alla matematica e alla progettazione industriale; artisti come Waldemar Cordeiro (1925–1973), Luiz Sacilotto (1924–2003) e Geraldo de Barros (1923–1998) credono in una forma esatta e impersonale, convinti che l’opera debba funzionare come un oggetto perfetto. In città però si fa progressivamente strada un sentimento diverso, quando molti artisti cominciano a percepire quel rigore come un limite, sentendo il bisogno di un’arte che coinvolga il corpo, la percezione e lo spazio in modo diretto e sensoriale. Da questo confronto nasce il Neoconcretismo, che si afferma nel 1959 con un manifesto scritto da Ferreira Gullar (1930–2016) e sostenuto da Lygia Pape (1927–2004) e Hélio Oiticica (1937–1980); il gruppo rifiuta l’astrazione troppo fredda, e difende un’arte che si modella per mezzo dell’esperienza di chi la incontra.
La scultura non resta un oggetto separato dal visitatore ma diventa una relazione, e questa relazione definisce il centro della ricerca di Clark. Con il passare degli anni l’artista sente il bisogno di coinvolgere l’intero corpo e non soltanto la mano o lo sguardo, e costruisce le “proposições”, dispositivi che usano maschere, sacche piene di aria o materiali naturali, tubi che guidano il respiro e oggetti che richiedono azioni condivise. Queste procedure chiedono al partecipante di ascoltare il proprio equilibrio, la propria pelle, la propria respirazione, e la mostra di Zurigo permettono di sperimentare tutto. La retrospettiva non isola mai una fase dall’altra e mostra come ogni passaggio contenga già il successivo.
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