Ph Francesco Allegretto
Ci sono memorie che ci accompagnano per tutta la vita, altre che inevitabilmente perdiamo per sempre. Spesso non ci facciamo caso, abituati come siamo ad un corpo automatico, mentre a volte ci sforziamo romanticamente di fissare alcuni eventi della nostra esistenza come briciole di pane sulla strada di casa. Ma cosa succede ai ricordi dimenticati? Diventano poesia. Inizia così la recensione della mostra Over and over and over di Anthony Corner presso lo spazio espositivo SPUMA di Venice Art Factory.
“It is really a drawing, it is really I”, recita Pierre-Albert Birot sulla prima pagina del catalogo. Questi versi settano non solo gli umori dell’esposizione ma anche la conversazione avvenuta tra me e Anthony in occasione dell’opening.
Alla domanda: «Che cosa pensi sia cambiato rispetto alla tua mostra precedente?», la sua risposta verte sull’analisi dei limiti dell’uomo e le sue modalità espressive. «Se prima sapevo di poter arrivare fino a qui», dice delineando una linea con l’unghia sulla parete bianca, «ora so di poter arrivare qui», e ne traccia un’altra molto più lontana dal punto di riferimento scavato sul muro.
La dichiarazione riguarda l’essere indotti a ritenere che sia necessario dialogare con il mondo seguendo un unico modello (il pittore dipinge, lo scultore scolpisce), quando invece dovremmo sentirci liberi, non solo artisticamente, di percorrere tutte le strade possibili per esprimere la nostra poetica.
Anthony alla pittura ha dedicato tutta la vita. Proprio per questo risultano particolarmente intriganti le tavolette di piccolo formato posizionate ad accogliere i visitatori della mostra, glifi di evocazione in cui la parola scritta incarna immagini pittoriche.
“A hounting smell”, “As it admired the pattern on its back”, “Brushing up against Dante”, sono alcuni esempi dei molteplici frammenti meta letterari presentati all’ingresso, istantanee di rappresentazioni non ancora sviluppate. In queste frasi, che sembrano godere dello stesso potere di una filastrocca, ritroviamo gli input rapidi e inconsci che compongono le nostre giornate, gli automatismi a cui raramente prestiamo attenzione.
A partire dall’analisi di questo primo ambiente rispetto al secondo, si possono distinguere due momenti distinti dell’esposizione e della pratica stessa: la prima stanza cela il seme dell’immagine prima che si attivi il processo della memoria, mentre la seconda racconta il ribollire di ricordi più remoti e il tentativo di riportarli in superficie.
Il riferimento riguarda le tele e carte di medie e grandi dimensioni presenti nella sala nobile dello spazio. Anthony ha dichiarato di aver lavorato a queste opere in maniera viscerale, processando rimembranze e barlumi in contemporanea con l’atto pittorico. Questo si riflette sotto forma di una pittura come bisogno, non come tramite, per la quale il termine ‘personale’ torna ad essere un aggettivo fondante e non una denominazione.
Nel tentativo di restituire la cifra dell’esperienza visiva a cui si viene sottoposti, l’esempio più calzante viene dal nostro stesso modo di funzionare. La nostra memoria infatti ricorda tutto: avvenimenti, volti, sensazioni. Il vuoto della perdita, che tutti sperimentiamo, è dato dallo smarrimento di determinati codici di lettura che rendono il ricordo accessibile. Ognuno di noi è quindi composto da tantissimi scrigni, simili a piccole costellazioni, per la maggior parte chiusi per sempre. In questo senso emerge nei lavori un tentativo di decodifica delle memorie perdute, dei misteri tra il sonno e la veglia, delle tracce prima che svaniscano. Come quella password scarabocchiata su un post it, che finirà piegata in un cassetto buio ma continuerà ad esistere, da qualche parte, pronta per essere ripersa.
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