Pierluigi Slis. Dejavù, azione collettiva, Comodamente, 2012
C’è una soglia sottile che separa lo spazio della mostra Unexpected Folding da quello della vita. Un margine poroso dove ogni passo scioglie le distanze e lascia tracce. Qui l’artista Pierluigi Slis non espone, abita. Villa Brandolini d’Adda a Pieve di Soligo — che accoglie il progetto a cura di Amerigo Mariotti e Giorgia Tronconi di Adiacenze — si trasforma in un corpo vivo, una pelle percorsa da pieghe inattese, frammenti, forze divergenti.
Slis racconta di aver superato il proprio senso di sradicamento, ma le sue opere parlano un linguaggio più articolato, in divenire, quello di chi non smette mai davvero di elaborare. Cresciuto senza radici stabili, nato da genitori emigrati, l’artista cammina su un paesaggio micro-frammentato che tenta di ricomporre senza mai sigillarlo. Tagli, cuciture, strappi, sovrapposizioni: la materia stessa si fa narrazione. Il suo lavoro è plasmato da una tensione continua tra adattamento e distacco, costruzione e interruzione, presenza e perdita. Un ciclo che si avvita su sé stesso come un timer interiore destinato a scadere, ma sempre riattivato.
Il folding – la piega inattesa – non si configura solo come un gesto formale, ma è una modalità di esistenza. L’arte di Pierluigi Slis si piega come una traiettoria laterale, una deviazione silenziosa che invade il cammino longitudinale. Ogni visitatore che entra nella mostra diventa parte di questa contaminazione: la materia si assorbe, si deforma, si riplasma. Le opere non si osservano, si attraversano.
Il vettore, come l’artista lo intende, è l’intenzione che muove, la direzione intrinseca alle cose. Le sue installazioni non sono oggetti immobili, ma appunti intuitivi che si espandono nel tempo. Ogni gesto lascia un residuo, ogni residuo è una possibilità. Dalla bandiera di carta che accoglie e saluta i visitatori — realizzata con i fogli della contabilità personale dell’artista, un archivio della sua vita quotidiana assemblato come un diario inconsapevole — si coglie la fragile forza del gesto che accetta di perdersi per ricominciare. È una resa, sì, ma non tragica; è l’accettazione del flusso delle cose, del loro moto imprevedibile.
La curatela accompagna il processo offrendo spazio e respiro ai frammenti che compongono il percorso, costruito come un organismo aperto in dialogo con il contesto naturale di Villa Brandolini d’Adda, che accoglie la mostra come un embrione ancora in mutazione. L’architettura circolare dell’esposizione disegna un movimento di ritorno e slittamento. Le opere si intrecciano per risonanza più che per logica e generano un campo di tensioni mobili: scudi d’acciaio traforati di stelle, pietre incise da fossili di guerra, intagli che sembrano proiettili.
Il metallo diventa il veicolo necessario per sfidarsi, una materia che non consente errori, che chiede nettezza, decisione. Nessun ripensamento, solo tagli precisi, come ferite che non si rimarginano ma si mostrano. Evocando una percezione bellica, la sterilità del metallo si contrappone alla morbidezza delle tele, dei tessuti ritagliati e sovrapposti: due linguaggi che l’artista confronta e riconcilia solo parzialmente.
Nella seconda area dello spazio Slis trasporta il suo laboratorio. Proprio in mezzo a scarti, inchiostri serigrafici, calchi di macerie, emerge la stratificazione della sua pratica: materiali, concetti, memorie si accumulano senza gerarchia. In questo spazio ibrido emergono anche gli autoritratti in colla e catrame: liquidi trasparenti che si muovono come vene sotterranee, insinuando una percezione viscerale del sé, fragile e mutante. Le opere che popolano questo ambiente ricordano le bacheche appese nelle piazze delle città, dove la comunità appende i suoi annunci, le sue perdite, i suoi ricordi più urgenti, destinati a dissolversi come ceneri nel vento. Da lontano sembrano buchi, vuoti, carte celesti, tracce residuali di una memoria collettiva che, pur svanendo, resta impressa nella materia.
E nel cuore di questo percorso si incontra lo specchio: uno spazio eterotopico, dispositivo caleidoscopico di riflessione. Non restituisce solo l’immagine del visitatore, ma la sovrappone a una mappa di nomi stimati dall’artista: una genealogia affettiva che trasforma il volto individuale in costellazione condivisa. Lo specchio diventa così un punto di snodo: piega il riflesso, lo contamina, lo reindirizza. Come in tutta la mostra, anche qui l’identità non si contempla, ma si attraversa, si deforma, si moltiplica.
Unexpected Folding non offre risposte certe, ma invita a un’esperienza di continua trasformazione. Le opere di Slis non si chiudono mai; esistono nell’intersezione di forze in movimento, come tracce che, pur dissipandosi, lasciano aperte nuove possibilità. Ogni gesto, ogni residuo stimola una riflessione su un flusso ininterrotto, dove identità e memoria si evolvono costantemente. Un’arte che si piega e si tende, rimanendo sempre aperta al cambiamento.
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