Categorie: Mostre

Pratiche di resistenza a Brooklyn: la mostra internazionale “REBEL” e l’indagine multidisciplinare di The Kollection Foundation

di - 6 Maggio 2026

New York, c’è un’energia specifica che attraversa l’asfalto di East Williamsburg, zona dove il confine tra il distretto manifatturiero e l’avanguardia creativa è ormai del tutto sfumato. Al 53 Scott Avenue, all’interno di uno dei volumi industriali che definiscono lo skyline orizzontale del quartiere, la comunità artistica si ritrova per un appuntamento che sa di manifesto: REBEL: The Second Annual Kollection Art Show.

L’edificio stesso è un simbolo: un ex magazzino trasformato in crocevia per movimenti musicali underground e collettivi indipendenti, situato in un distretto che storicamente ha accolto chi cercava spazio fuori dai circuiti patinati di Manhattan. Brooklyn, qui, non è una meta turistica, ma un laboratorio di resistenza dove la comunità si fonda sulla contaminazione tra generi e sulla riappropriazione degli spazi industriali come atti di resilienza culturale.

The Rebel: un’indagine sulla disobbedienza

La mostra, curata da The Kollection Foundation e aperta dall’1 al 10 maggio, raccoglie 23 artisti selezionati tramite una call internazionale. Il percorso è un’indagine stratificata che rifiuta la protesta urlata per privilegiare la ricerca analitica.

La memoria e il tempo sono i cardini del lavoro di Bailey Storms, che utilizza tecnologie analogiche per erodere l’immagine, mentre Bob Conge applica una ribellione metodologica che sfida la stabilità delle forme. Il legame con il territorio emerge nelle opere di Camille Gearhart, che costruisce comunità artistiche, e nella ricerca di Cypress Hayunga, la cui cifra enigmatica agisce come una dissonanza necessaria.

La dimensione organica è indagata da David Leitch, che attraverso l’uso di materiali naturali riporta l’arte a una dimensione abitabile. Sul fronte del recupero simbolico, JJ Hammond assembla giocattoli riciclati in una critica alla distrazione contemporanea. La multidisciplinarità trova invece il suo apice in Kelly Tsai, che intreccia performance e tecnologia, e in Meghan Stanley, il cui lavoro sui materiali ibridi esplora la visceralità del corpo.

Bob Conge

La mostra non elude le urgenze sociali: Mia Hause affronta la crisi degli oppioidi, mentre Mikhail Gubin porta la stratificazione di un’esperienza tra URSS e USA. L’identità queer e caraibica è al centro della resistenza di Mujero, seguita dalle riflessioni sulla memoria di Nicholas Cordeiro e sul ritorno alla pittura di Pamela Jennings. Il linguaggio della controcultura pop appartiene a Peach Soup, mentre la sperimentazione rigenera i medium nelle mani di Robert Morgan e Samuel Fisch.

Robert Morgan

La stratificazione archeologica definisce il lavoro di Saul Shukman, specchiandosi nelle installazioni di Seongmin Yoo, incentrate sui flussi migratori. Chiudono la rassegna la freschezza di Sophia Nuñez, l’indagine decoloniale di Sorrel Stone, la persistenza storica di Tamara Wyndham e lo sguardo sociologico di Zoe Head.

Seongmin Yoo

Il rigore della ricerca: Elena Ketra e l’ISCP

In questo palinsesto di resistenze si inserisce l’opera di Elena Ketra, la cui ricerca si focalizza sui nodi dell’inclusione di genere. In mostra è presente con Robotona, opera della serie Luchadoras. Ispirandosi alle maschere della lotta libera messicana, Ketra decontestualizza l’accessorio sportivo per farne un feticcio di autodeterminazione, ribaltando i canoni della vulnerabilità femminile.

Elena Ketra

La solidità concettuale del suo lavoro è supportata da un percorso professionale di rilievo: l’artista è attualmente impegnata in una residenza presso l’ISCP – International Studio & Curatorial Program di New York. L’inserimento in una struttura così autorevole nel panorama globale, nota per il rigore nella selezione dei residenti e per il dialogo costante con i principali curatori della città, sottolinea la maturità della sua pratica che supera i confini nazionali per inserirsi in un circuito internazionale.

Il confronto con le istituzioni di New York conferma la sua capacità di affrontare temi universali, trasformando l’impegno sociale in un linguaggio artistico capace di dialogare con contesti diversi.

La polifonia della resistenza

REBEL non si configura dunque come una semplice rassegna artistica, ma come un dispositivo critico che riposiziona il concetto di resistenza all’interno delle dinamiche iper-connesse del presente. In un’epoca in cui la ribellione rischia spesso di essere svuotata di significato e ridotta a simulacro estetico per il consumo digitale, l’indagine di The Kollection Foundation restituisce al gesto artistico la sua natura di azione reale, politica e identitaria.

Tra le pareti industriali del 53 Scott Avenue, la disobbedienza smette di essere uno slogan per farsi metodo: un coro polifonico di pratiche multidisciplinari che, attraverso l’ibridazione e il “mashup” dei linguaggi, rivendica il diritto di offrire visioni scorrette, profonde e ostinatamente autentiche della nostra società. Brooklyn si riafferma così come l’epicentro di una progettualità che non si esaurisce nell’evento, ma che trasforma la tensione del dissenso in una solida e necessaria infrastruttura creativa.

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