Categorie: Mostre

This Will Not End Well: l’universo di Nan Goldin al Pirelli HangarBicocca di Milano

di - 9 Novembre 2025

This Will Not End Well. Non finirà bene. Un titolo ambiguo che a tratti intimorisce e inevitabilmente incuriosisce. Fino al 15 febbraio 2026, Pirelli HangarBicocca porta in scena a Milano l’intima e potente retrospettiva dedicata alla fotografa statunitense Nan Goldin, presentandola nelle vesti di filmmaker, come autrice che usa sequenze di immagini (slideshow) per animare tempo, corpo, perdita, affetto.

Il progetto, curato da Roberta Tenconi e Lucia Aspesi, è accompagnato da un’installazione sonora del collettivo Soundwalk Collective, un preludio che fa da ponte tra il mondo esterno e le immagini che seguiranno. Gli spazi dell’Hangar milanese si costellano di un villaggio di padiglioni, progettati dall’architetta Hala Wardé in stretta collaborazione con l’artista, dove i lavori di Goldin trovano ognuno una propria abitazione in cui essere proiettati e vissuti. Ogni slideshow è una puntata di vita, un capitolo che incrocia il passato e presente, un archivio in evoluzione che viene costantemente aggiornato negli anni.

Nan Goldin
The Other Side, 1992-2021
Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2025 © Nan Goldin
Courtesy l’artista, Gagosian, e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Nata nel 1953 a Washington D.C. da una famiglia ebrea benestante, Goldin viene segnata alle soglie dell’adolescenza dalla perdita della sorella Barbara, mancanza che la accompagnerà nel corso degli anni e che sarà ricorrente anche all’interno delle proprie opere. Dal 1979 ad oggi Goldin ha realizzato numerosi slideshow, in cui la fotografia si fa memoria viva, muovendosi tra istantanee di quanto accade all’interno di una vita sicuramente poco convenzionale. «Per me scattare una fotografia non è un distacco. É un modo per toccare qualcuno, una carezza. Penso che si possa davvero dare alle persone un accesso alla propria anima», afferma Goldin.

All’età di quindici anni frequenta la Satya Community School in Massachusetts, un’istituzione alternativa che lasciava estrema libertà agli studenti e dove Goldin ha un primo incontro con la fotografia come nuova compagna di vita. Negli anni settanta si trasferisce a Boston insieme a un gruppo di drag queen, che diventa la sua nuova famiglia e sarà il soggetto principale dell’opera The Other Side (1999-2021). Il titolo prende il nome dall’omonimo locale queer che la fotografa usava frequentare insieme al gruppo in quegli anni. The Other Side non è solo un omaggio a quella famiglia di amici, ma diventa voce narrante di un gruppo sociale al tempo fortemente stigmatizzato, la cui libertà era spesso vincolata ad una vita esclusivamente notturna.

Nan Goldin
Sisters, Saints, Sibyls, 2004-2022
Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2025 © Nan Goldin
Courtesy l’artista, Kramlich Collection e Pirelli HangarBicocca, Milano
Foto Agostino Osio

Non avendo accesso ad una camera oscura per lo sviluppo e la stampa delle immagini, Goldin lavora quindi con le diapositive, arrangiandole in un processo di editing che costruisce narrazioni uniche e ritmate, facendone presto la sua pratica principale. Le sue immagini vivono in ogni slideshow legate ad una colonna sonora che diventa imprescindibile; non si tratta di semplice sottofondo musicale ma quasi di una voce narrante che non può essere slegata dall’elemento visivo.

The Ballad of Sexual Dependency (1981-2022), opera prima di Goldin e centro gravitazionale dei suoi lavori, è anche il caso più emblematico di questo legame visivo-sonoro. Il progetto include oltre 700 immagini della cerchia più stretta della fotografa, che immortala scorci di vita tra New York, Provincetown, Berlino e Londra nel corso di quarant’anni. The Ballad of Sexual Dependency subisce un editing continuo nel corso degli anni che non vede mai la stessa versione esposta più di una volta. A restare invariata è invece la colonna sonora, scelta da Goldin in principio e rimasta immutata da allora. La fotografa descrive l’opera come «il diario che lascio leggere alle persone. Le immagini scaturiscono dalle relazioni, non dall’osservazione». The Ballad of Sexual Dependency non è solo cronaca di vita notturna, di amori, di dipendenza, di amici, di identità di genere: è memoria che si stratifica, è riconoscimento di ciò che è stato ed è cambiato.

Nan Goldin
Stendhal Syndrome, 2024
Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2025 © Nan Goldin
Courtesy l’artista, Gagosian, e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Sul finire degli anni ottanta diverse persone a lei vicine e la comunità che frequenta vengono decimate dall’AIDS, frangente in cui Goldin, attraverso la fotografia e l’attivismo, restituisce lo spaccato di una generazione segnata dalla perdita. Goldin, ancora una volta, trasforma la ferita in azione anche nel caso dell’emergenza dell’overdose da farmaci, fondando nel 2017 il gruppo di azione diretta P.A.I.N (Prescription Addiction Intervention Now) che riesce a sovvertire il nome della famiglia Sackler, proprietaria di una delle società farmaceutiche coinvolte nella vicenda.

Il tema della dipendenza, di droghe che da uso sociale si trasformano in abuso, trova in mostra due slideshow espressamente dedicati: Sirens (2019-2021) e Memory Lost (2019-2020). Le due opere possono considerarsi opposte e complementari, costituendo una voce corale che è allo stesso tempo fortemente personale, avendo l’artista stessa vissuto la dipendenza e la risalita. Dove Sirens esprime l’euforia dello sperimentare stupefacenti, attraverso il montaggio di estratti di trenta film, Memory Lost  mostra tutte le difficoltà dell’astinenza. Goldin considera quest’ultimo come una delle opere per lei più significative insieme a The Ballad. La scelta delle immagini volge a una ricerca di archivio che recupera soggetti che trasmettono una sensazione di isolamento, così come fotografie spesso sfocate e imperfette. Nella proiezione sono incluse anche alcune tracce audio provenienti dalla segreteria telefonica di Goldin e risalenti agli anni ottanta.

Nan Goldin
You Never Did Anything Wrong, 2024
Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2025 © Nan Goldin
Courtesy l’artista, Gagosian, e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio

Di respiro più puro ma allo stesso tempo nostalgico è invece Fire Leap (2010-2022), che riporta immagini d’infanzia, corpi teneri, giochi, sorrisi intrecciati col timore, appartenenti a figli di amici e bambini conosciuti sin dalla nascita. Il ricordo di un’infanzia perduta, e nel caso di Goldin segnata dal suicidio della sorella Barbara, trova un aggancio con Sisters, Saints and Sibyls (2004-2022). Nella sua rappresentazione sotto forma di trittico, Goldin mescola immagini simboliche a ricordi autobiografici, instaurando un forte richiamo al sacro, al martirio, ad una femminilità che soffre ma non vuole sparire. Lo spazio dedicato a Sisters, Saints and Sibyls è il Cubo dell’Hangar, trasformato con elementi architettonici-scultorei e una piattaforma sopraelevata che riprende la cappella dell’Hôpital de la Salpêtrière di Parigi, dove l’opera era stata inizialmente commissionata nel 2004.

Coinvolti nella scena milanese sono anche due lavori inediti di Goldin: Stendhal Syndrome (2024) e You Did Anything Wrong (2024), caratterizzati da un richiamo più mitologico e poetico. In Stendhal Syndrome l’artista rielabora sei racconti tratti dalle Metamorfosi di Ovidio, dove immagini della cerchia di Goldin si intrecciano intimamente con capolavori rinascimentali. Il secondo dei suoi lavori più recenti è invece un film girato in Super 8 e 16mm, ispirato a un mito sull’eclissi solare, che porta in analisi l’esistenza delle specie viventi attraverso una riflessione astratta e spirituale.

This Will Not End Well non è solo una retrospettiva: è un’arena in cui Nan Goldin convoca la sua vita, con tutte le crepe, i lampi e le cadute, attraverso slideshow che sono film personali fatti di istanti. È un luogo che mette a nudo pezzi di vita con uno sguardo così intimo e partecipe che rende impossibile ogni distacco emotivo.

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