Rirkrit Tiravanija, untitled 2002 (he promised), 2026. Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026. Copia espositiva da untitled 2002 (he promised), 2002, Solomon R. Guggenheim Museum, New York Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio
Rirkrit Tiravanija, con The House That Jack Built, converte l’HangarBicocca di Milano in un apparato temporaneo di rapporti, dove il pubblico attiva l’opera e ogni episodio inatteso plasma la fisionomia dell’allestimento. La mostra, curata da Lucia Aspesi e Vicente Todolà e visitabile fino al 26 luglio 2026, si delinea come un ambiente gratuito e congiunto, usufruibile come area di incontro, collaborazione e permanenza. L’intero assetto si fonda su una logica di interdipendenza che si oppone implicitamente a una condizione odierna sempre più individualista, convertendo lo spazio in uno scheletro sociale aperto in cui l’arte non è solo fruita, ma vissuta collettivamente. In questo senso, la personale assume anche un portato politico, generando una forma alternativa di nesso tra individuo e ambiente culturale.
Angoli di preparazione, superfici adattabili, sedili e nicchie di ristoro coabitano come nodi dinamici, agevolando contatti e micro-narrazioni che arricchiscono la carica di ciascun istante. In Privacy and Publicity del 1996, l’autrice Beatriz Colomina scrive: «La contemporaneità dell’architettura si esprime soltanto oltre la sua disputa con i mezzi di comunicazione», idea resa tangibile dalla dialettica tra progettazione e consuetudini comunitarie, che trasformano lo scenario in un microcosmo stratificato di residui e segnali. Il titolo, tratto dalla nursery rhyme inglese The House That Jack Built, una filastrocca nota nella cultura anglosassone, suscita concatenazioni, dipendenze e interconnessioni. Tiravanija distribuisce l’autorialità nella circostanza, muta la sagoma in cornice per interazioni e istituisce l’impiego come veicolo di elaborazione teorica, rafforzando una prassi dell’arte relazionale di cui è uno dei principali esponenti.
Gli archetipi modernisti evocati, da Le Corbusier a Prouvé, fungono da scenografie per situazioni precarie, in cui ciascun atto concorre a tessere i collegamenti tra individui. Colomina aggiunge che la visione architettonica «rimodula la tradizionale distinzione tra ciò che è accessibile a tutti e ciò che è privato, alterando radicalmente la cognizione dello spazio», principio incarnato dalla mostra, dove ogni procedura rinnova il confine tra generale ed esclusivo e la modalità di accesso si articola come sperimentazione sia applicata che concettuale di rilievi momentanei.
Negli anni Novanta, Tiravanija ridefiniva il museo come luogo di interrelazioni quotidiane. Oggi, ogni atto asseconda conseguenze reali: lo sforzo intimo organizza il contorno, intensifica le associazioni e costruisce quadri armonici attraverso flussi, sguardi e metodi correlati, trasformando la fruizione in moto vitale. Come afferma il critico d’arte Grant H. Kester in Conversation Pieces, l’estetica dialogica sviluppa terreni fecondi, nei quali l’interazione medesima si comporta come medium critico. L’originalità di Tiravanija si evidenzia nei confronti con altri artisti internazionali. Olafur Eliasson realizza sfere spettacolari che orchestrano percezioni sensoriali tramite luce e fenomeni naturali; Tiravanija valorizza le transazioni contingenti e generative, rendendo l’appropriazione un effettivo laboratorio collettivo, in cui la platea assume un ruolo determinante nell’opera. Gordon Matta-Clark operava su edifici mediante tagli e misure site-specific, emanando effetti fisici e visivi; Tiravanija prende ordinamenti analoghi e li trasforma in dispositivo di collaborazione, dove ogni elemento favorisce negoziazioni, ogni azione produce esiti e ogni scambio contribuisce alla composizione dell’insieme.
Oltre alle cucine, l’atmosfera accoglie tende, piante, arredi tessili e tridimensionali, coordinando volumi componibili e zone di assorbimento. Scene ludiche per bambini consentono di disegnare, costruire e giocare, modificando l’opera nel tempo. Nella sala da tè, il pubblico può sostare e socializzare, umanizzando i legami artistici. Musicisti e strumenti disponibili incoraggiano i presenti a suonare, co-creando la performance con l’autore e accrescendo l’osmosi tra lavoro e interlocutore, in un territorio più simile a un quadro cooperativo che a una canonica esposizione museale. Ci sono poi aree gastronomiche centrali in legno chiaro con pentole utilizzabili, tavoli modulari che propongono percorsi, sedute scultoree come punti di meditazione o strumenti di attraversamento, tappeti e poltrone che stabiliscono aree di contemplazione componendo un contesto coerente e fluido.
La presenza del pubblico diventa impegno sostanziale, movimento e pratica riflessiva: abitare l’ambiente esige responsabilità e promuove oscillazioni condivise, dove ogni iniziativa offre opportunità di costruzione corale e immersione consapevole. Puzzle, giochi e attività musicali   completano l’opera, permettendo al visitatore di incidere direttamente sull’impianto narrativo dell’installazione. L’immaginario a labirinto invita a perdersi e ritrovarsi: ogni scoperta delle opere è conquistata e l’esperienza richiede orientamento e attenzione, in contrasto con i dispositivi classici dove le opere sono immediatamente fruibili. La mostra abbraccia in tutte le sue componenti il principio di cooperazione, e funge da perno semiotico per comprendere la rete sinergica dell’assemblaggio.
The House That Jack Built si configura come fase delicata in cui forme, tracce e rimandi si intrecciano, e la perseveranza dei partecipanti costituisce lo stato dell’opera stessa. L’interscambio agisce come organismo vivente, mentre rischio e imprevisto ampliano l’orizzonte dell’arte contemporanea, elevando l’esperienza ad un autentico ecosistema potenziale.
Il mio lavoro nasce da una domanda: come dare forma a ciò che non è visibile?
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