SPAZIOC21, Brad Downey, Toxic Mary, 2003-2020, Ph. Fabrizio Cicconi
Aprirà domani, 30 aprile 2026, negli spazi di Lo Studio Design di Reggio Emilia, What Lies Beneath, mostra di Brad Downey presentata nell’ambito della 21a edizione del Festival di Fotografia Europea. L’esposizione, accompagnata da un testo critico di Emanuela Mazzonis di Pralafera, si sviluppa attorno a un nodo centrale nella ricerca dell’artista: la messa in crisi dei concetti di autorialità, proprietà e immagine.
Il progetto prende forma a partire da un gesto che ha qualcosa di archeologico. Nel 2011, invitato a esporre negli stessi spazi del Kunstraum Kreuzberg Bethanien di Berlino, dove nel 2003 Banksy aveva realizzato una serie di opere murali, Downey decide di intervenire su quelle stesse pareti, riportando alla luce quelle immagini ormai sepolte sotto strati di intonaco. Un’operazione di scavo, letterale e simbolico, che negli anni successivi si trasforma ulteriormente: alcune porzioni di quelle superfici vengono isolate e, grazie a tecniche di fotografia iperspettrale, rese nuovamente visibili come immagini autonome.
Le opere presentate in mostra – due di questi lavori – condensano così un processo complesso, in cui il recupero materiale si intreccia con una riflessione critica. Downey si appropria di immagini nate già nel contesto della street art, quindi pensate come interventi effimeri e pubblici, e le riattiva in un nuovo dispositivo espositivo. L’artista statunitense utilizza le strategie di appropriazione tipiche di Banksy per intervenire sul lavoro dello stesso street artist, spostando il discorso su un terreno più ampio, che riguarda il controllo delle immagini e la loro circolazione.
Il titolo What Lies Beneath apre una questione – cosa si nasconde sotto la superficie – che riguarda tanto la materia quanto il sistema dell’arte. Le opere di Downey vogliono interrogare i meccanismi che regolano visibilità e opacità, autenticità e riproduzione, soprattutto in una fase storica in cui la questione dell’autorialità si confronta con le trasformazioni introdotte dalle tecnologie digitali e dall’intelligenza artificiale.
Nello stesso civico e negli stessi giorni, sarà visitabile anche una seconda mostra personale dell’artista, Dead God, Thank You, ospitata da SPAZIOC21 a Palazzo Brami. Anche questo lavoro, visitabile fino al 20 giugno, si inserisce nel programma del Festival e sviluppa una riflessione parallela, spostando l’attenzione dal tema dell’immagine a quello della materia e della responsabilità.
Il ciclo nasce da sei alberi – pino, cipresso, ciliegio selvatico, frassino, quercia e alloro – selezionati e trasformati dall’artista attraverso un processo radicale: fotografati, abbattuti e ridotti a pasta di cellulosa, diventano la carta stessa su cui vengono poi dipinti con pigmenti ricavati dalla macerazione delle cortecce. Le opere si configurano così come immagini che coincidono con la propria origine materiale, restituendo un ciclo vitale interrotto e ricomposto in forma artistica.
Nato a Louisville nel 1980, Downey vive e lavora a Berlino. La sua formazione, tra cinema documentario al Pratt Institute di New York e pittura alla Slade School of Art di Londra, si riflette in una pratica multidisciplinare che attraversa installazione, video, performance e intervento urbano. Fin dagli esordi, il suo lavoro si concentra sulle strutture sociali e politiche inscritte nello spazio pubblico, spesso attraverso azioni minime ma incisive, capaci di rivelare tensioni latenti nei contesti urbani.
Dal 2003 espone regolarmente in Europa e in contesti internazionali, con mostre in istituzioni come il Kunstraum Kreuzberg Bethanien, il MU Hybrid Art House di Eindhoven e il Kunstverein Arnsberg, oltre alla partecipazione alla Biennale di Architettura di Tbilisi nel 2020. Nel 2020 è uscita per Hatje Cantz la monografia Slapstick Formalism – Process, Project, Object, che ripercorre due decenni di attività.
In continuità con questo percorso, le due mostre di Brad Downey a Reggio Emilia aprono un dialogo in cui immagini e materiali, appropriazione e trasformazione, convergono in una riflessione più ampia sullo statuto dell’opera e sulla responsabilità dell’artista nel presente.
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