Red granite statue of lion of Amenhotep III, found in Jebel Barkal (Sudan)
Ideologia, politica e colonialismo sono fattori che, da sempre, riguardano la storia e la gestione di molti musei occidentali. Il movimento Black Lives Matter ha avuto il merito â tra gli altri â di diffondere la questione anche al di lĂ degli ambienti specializzati, accendendo la discussione sul valore dei monumenti e accusando pubblicamente le istituzioni di aver saccheggiato manufatti e reperti per alimentare le proprie collezioni. Per questo, il British Museum ha deciso di promuovere la mostra âEmpire and Collectingâ, forse una risposta al provocatorio cartello comparso in Gran Bretagna durante una manifestazione con la scritta âNon ti piacciono i saccheggi? Odierai il British Museumâ.
Ma come si può parlare onestamente di un passato che non ci piace? Istituzioni e centri culturali inglesi hanno mostrato una simbolica presa di distanza nei confronti dellâepoca imperiale e della terribile ereditĂ lasciata alle generazioni successive. Con la mostra âEmpire and Collectingâ il British Museum vuole ritracciare la trafila delle opere che fanno parte della propria collezione. I presupposti e le intenzioni del museo londinese che, ricordiamo, ha in collezione i marmi del Partenone, sembrerebbero quindi nobili. Peccato che, pur partendo da buone premesse, lâesposizione cela tratti piuttosto controversi.
Lâoperazione di rielaborazione dei testi delle didascalie delle 15 opere selezionate sembra essere un passo apprezzabile ma insufficiente, soprattutto agli occhi di un pubblico attento e con occhio critico e sensibile. Contestualizzare questi manufatti implica riflettere e discutere su cosa implichi il trasferimento di opere dâarte e sulla costrizione implicita riguardo alle transazioni tra il colonizzatore e il colonizzato, al di lĂ del semplice racconto della provenienza degli oggetti e delle trafile degli spostamenti, ignorando il contesto generale di sfruttamento e violenza di cui lâopera dâarte è testimone indiretto.
Dâaltronde portare veramente alla luce gli eventi sociali richiederebbe una vera e propria amissione di brutalitĂ che mal si addice a qualsiasi popolo, figuriamoci se poi a farlo è una delle principali istituzioni culturali britanniche. Allo stato attuale, quindi, la riformulazione delle nuove targhe espositive preclude qualsiasi comprensione da parte del pubblico sulla vera brutalitĂ del colonialismo.
Tra le altre cose, il British Museum ha promesso che saranno aggiunti ulteriori oggetti alla mostra. Sarebbe però inutile se continua a mancare la volontĂ di impegnarsi pienamente nellâesplicitare la storia culturale e sociale di cui ogni oggetto artistico è portavoce. Speriamo che, con il tempo, il British Musem â e tutti gli altri musei â aggiusti il tiro. Per il momento, sembra di essere di fronte allâennesimo gesto ipocrita, che allontana il museo dallâaderenza storica e sociale che dovrebbe invece custodire.
A Spazio URANO prende forma âI resti del mondo | fase 4â, progetto espositivo di Sergio Angeli, a cura di…
Realizzata per l'Esposizione Universale del 1889, a maggio andrĂ in vendita da Artcurial con una stima di 120.000-150.000 euro
Nella sua sede pop up di Napoli, la Galerie Gisela Capitain dedica un ampio progetto espositivo a Martin Kippenberger, per…
Tende, studi di registrazione, spazi di confronto, cucine e labirinti: l'arte relazionale di Rirkrit Tiravanija invade lo spazio milanese e…
Il mio lavoro nasce da una domanda: come dare forma a ciò che non è visibile?
Il festival di ZONA K torna a interrogare informazione, politica e immaginari contemporanei, tra performance, installazioni e pratiche ibride che…