Cos’hanno in comune superstizione e disco music anni ’70, estasi mistica e trance sintetica, scintillanti membri virili (leggi: sculturette) e complementi d’arredo così algidi da apparire aberranti? A sorgere spontanea, per una volta, è la risposta: poco o nulla.
Così, per convincerci del contrario, Delia R. Gonzalez (Miami, 1972; vive a New York) e Gavin R. Russom (Providence, 1974; vive a New York) stilano un repertorio di ipnosi take away intorno ad un tema, sua maestà il rito, che con forza universale –e soprattutto primordiale– seduce e stordisce. Sulfurei frutti-amuleto, svettanti e vermigli come candeline; sonorità elettroniche estreme dall’impatto fermo e lancinante; astrazioni abbaglianti, tra il bersaglio e il mandala, di disegni indifferentemente neri o lattescenti, quasi miniati nonostante l’allure siderale. Insomma, cos’altro raccontare se non la verità dell’uomo “before and after science”, come recitava un bel disco di Brian Eno di qualche lustro fa?
Ecco allora servito, tra antropologia e psichedelia, un trip massimalista –tutto è remoto, tutto è plausibile– fatto di armi e bagagli per l’occasione camuffati da chincaglieria. Sugli scudi, neanche a dirlo, la premiata ditta Energia & Liturgia –ovvero, ma soltanto in teoria, quanto di più estraneo la nostra epoca riesca a immaginare–, evocata dalla puntualità di un ghigno che sceglie di farti la festa, in modo fosco e divertito, semplicemente parlando, con dovizia di particolari, della festa e basta.
Si scherza col fuoco, insomma, a partire dalla fibrillazione torva dei titoli con cui questa coppia (per ora) terribile sceglie di presentare il veleno del proprio lavoro (Evolution is Extinction; Dream Machine: così le due precedenti personali newyorchesi). Fino a questo fluttuante I feel love, intorno al quale una galleria napoletana diventa uno spettacolo da non perdere, connotata –ovvero trasformata, e non è poco– da cima a fondo: un laboratorio-tempietto-dancefloor, perfetto per farti cogliere (letteralmente) in fallo, come fosse un’invasata qualsiasi, proprio la tecnologia. Per sorprenderti a stanare la storia e i suoi lacerti a braccetto con (tanti) totem e tabù, ancora una volta ma senza la retorica solita. Ebbene sì, al postmoderno non si arrivò per caso: tu chiamali, se vuoi, fiori della decadenza.
pericle guaglianone
mostra visitata il 26 marzo 2005
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CAZZI, CAZZI, CAZZI, CAZZI, CAZZI DALL'IMPERO TRANSNAZIONALE, Cazzi in una città che si scandalizza e censura la resistenza artistica del Mario Pesce a Fore, cazzi in un città piena di cazzi artistici, cazzi in una città dove l'arte ragiona con le palle.
e mo' so cazzi tua!!
è chiaro!
CHANGING ROLE school
che idioti ignoranti... ma perchè non mandate commenti alla settimana enigmistica? perchè non cercate lavoro da qualche altra parte smettendo di fare gli sfigati incompresi su exibart?