Che formazione hai?
Ho studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Bergamo. Sono stato allievo di Adrian Paci.
In che termini descriveresti la tua ricerca?
Un intenso e perfettibile percorso volto alla ricerca di certezze (estetiche e concettuali) e nel contempo di strategie per destabilizzare quelle stesse certezze. Fondamentale è la produzione di un immaginario caratterizzato dalla miniaturizzazione e dalla scelta di soggetti sempre in bilico fra una condizione di giocosa libertà e una di paradossale costrizione.
La mia ricerca muove principalmente dal disegno, inteso non solo in quanto momento precedente all’opera, bensì come linguaggio dotato di una peculiare, primigenia forza espressiva. Non tutti i soggetti, però, trovano la propria dimensione ideale nel disegno; alcuni si prestano a divenire sculture o installazioni, le quali, tuttavia, dipendono fedelmente dall’originaria rappresentazione bidimensionale. La scelta della piccolezza (là dove l’opera è come fosse un piccolo frammento) è connessa ad un modo di intendere i sentimenti di stupore e smarrimento in maniera assolutamente non plateale. Ciò che è minuscolo, nonostante sia considerato spesso innocuo, ci costringe ad avvicinarci a esso acuendo l’attenzione, compiendo uno sforzo se non altro visivo. Spesso è nella piccolezza, nel sussurro anziché nel grido, che si celano verità dolorose o paradossali.
Niente male per uno che non ama parlare… Da quali artisti ti senti influenzato?
Da tutti quelli che mi hanno, come si dice, dato una lezione. Penso a Piero Della Francesca, perché mi ha insegnato ciò che dovrei pretendere da un’opera, ma anche a Damien Hirst, che invece mi ha indicato ciò che da essa non voglio.
Arte e attualità socio-politica possono guardarsi dritte negli occhi?
Sì, ma non al punto di identificarsi l’una con l’altra. L’arte che fa le veci dell’attualità stomaca quanto la pretesa forzata di identificare la realtà, o certi suoi fatti, con l’opera d’arte totale.
Due parole per presentarti anche sul piano caratteriale?
Credo di saper rispettare i tempi di maturazione del mio lavoro, a dispetto di ciò che gioverebbe alla promozione. Sottopongo a giudizio impietoso quello che faccio e tendo spesso a criminalizzarmi in base a ciò di cui non mi ritengo soddisfatto.
Come va col cosiddetto “sistema” dell’arte contemporanea?
Si tratta di un rapporto in costruzione. Sul fronte della critica mantengo un dialogo privilegiato con alcune persone di cui stimo l’operato, fra le quali vorrei citare Anna Daneri e Milovan Farronato. Entrambi hanno saputo interpretare, con onestà intellettuale e originalità, la mia ricerca.
Che rapporto hai col luogo in cui lavori? Parlaci del tuo studio…
La più grande qualità del luogo in cui lavoro sta nelle persone con cui lo condivido, e nei dubbi che esse costantemente mi pongono. Distribuisco il mio tempo con Adrian Paci ed Emma Ciceri, fra produzione e dialogo, pratica e dibattito, in un contesto appartato il cui fresco provincialismo rappresenta la più preziosa delle virtù. Lo spazio, per l’appunto, si trova in un paese a pochi chilometri da Bergamo, in una corte vecchia e nascosta abitata solo da due preziosi vecchietti.
Sono stanziale. Girare non mi serve se non per raccogliere suggestioni, le quali non è detto che si rivelino subito proficue.
Quale fra le tue mostre ricordi con più emozione?
Sicuramente quella nella Galleria Francesca Kaufmann, nel 2006 a Milano. In quell’occasione ho avuto modo di mettere profondamente alla prova il mio lavoro, a contatto con un contesto propositivo ed esponendo a fianco di Edi Hila, un artista che stimo molto.
Colleghi coetanei che stimi particolarmente?
Trovo interessante la ricerca di Elenia De Pedro, Rebecca Agnes e Luca Trevisani.
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