Da sinistra: Sebastian Matta, LUCA, Ferrigno, Quintino Scolavino, Federazione del Partito Comunista, Napoli, 1967
Si è spento il 17 dicembre scorso Edoardo Ferrigno, a causa di una malattia. Personalità elegante e riservata. Generoso con i giovani. Artista, nonché docente ed esponente dell’Arte Orafa Napoletana. Fedele alla sua passione per l’arte, ha lavorato a nuovi disegni, fino all’ultimo momento, nella sua casa nel centro storico partenopeo. Era nato a Napoli nel 1943.
«Materico e sintetico il laborioso Edoardo Ferrigno. Materico per passione, artefice di ardite fusioni e stratificazioni tra elementi, capace di incantare lo sguardo e di inventare dalla pura geometria luci e forme. Sintetico per scelta, mai ridondante, sempre essenziale e squisitamente sobrio, elegante, pronto a risolvere in purezza il magma cromatico. Laborioso lo è Ferrigno, a partire dal suo stesso cognome, sinonimo di robusto e resistente. Tanto operoso da coniugare le calde campiture con il freddo metallo che attraversa l’opera. Segni e disegni navigano sulle superfici, come memorie di vita, fino a frammentarsi, a dissolversi», scriveva Enzo Battarra.
Nel corso della sua carriera, con l’approdo all’astrazione, si era lasciato alle spalle un passato di varie esperienze, tra cui l’adesione al Gruppo Studio P. 66, che fu, nel 1966, uno dei primi tentativi in Campania di legare la ricerca artistica a forme d’intervento diretto nella realtà sociale.
«E forse – ha scritto Vitaliano Corbi – quest’impegno di partecipazione spiega la tensione che caratterizza tutta la successiva fase neocostruttivista, sviluppata, dagli anni Settanta in poi, in termini di rigorosa geometrica scansione dell’immagine dipinta, ma anche di recupero d’oggettualità, realizzato prevalentemente attraverso la saldatura tra la cornice e la superficie della tela ed il conseguente sporgersi del quadro, con l’architettura delle sue strutture interne, verso lo spazio esterno».
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